Karen
1995
La voce calda, rassicurante, penetrante, piena di energia, forza e dolcezza mi disse: “Vai, adesso tocca a te… adempi la tua missione! Ti aspetto”.
E così mi ritrovai in braccio ad una donna volgarmente profumata e tremavo; lei neanche mi guardò, abbassò il finestrino e mi lanciò fuori in malomodo, sull’asfalto freddo e bagnato, e fuggì via, mentre ancora rotolavo con quel mio panciotto rosa incontro… ad un autobus enorme che mi avrebbe schiacciata di lì a qualche istante.
Eravamo proprio vicino alla fermata dell’autobus, giusto affianco alla pineta, e la mia missione stava per finire prima ancora di cominciare, sotto le ruote grigie di quel pachiderma, se non fossero arrivate giusto all’ultimo istante quelle mani calde e pelose che per molti anni mi avrebbero accarezzata e rassicurata dolcemente: le mani di quello che divenne il mio compagno di giochi, il mio dolce e severo educatore, insomma, le mani del mio papà!
Ero nata in campagna, a due passi dal mare, due mesi prima, da una mamma pastore e un non ben precisato bullo di paese, uno dei tanti che passarono nel “calore” di mia madre.
Di lei non presi di certo il colore: lei bianca ed io roscetta, né il muso, schiacciato com’era il suo, allungato e affusolato il mio, ma di certo quella che gli umani chiamano rogna, che teneramente “passai”, al primo contatto al mio caro papà, quello vero, quello che mi raccolse, quello delle mani.
Fu il primo pensiero che gli regalai, e… che pensiero!
Dopo aver incontrato tanti medici, esserci sottoposti a mille cure e aver ingurgitato tante medicine ci trovammo insieme a “fare fanghi” di fetido zolfo sulla pelle, e, per fortuna, tutto poi passò.
Trascorse il tempo, e lui si separava sempre meno da me, nel lavoro come nella vita privata riusciva ad inserirmi sempre brillantemente, presentandomi ogni volta in modo diverso e, devo dire, convincente.
Memore di quanto la voce mi raccomandò provvedetti sempre ad esaudire i suoi desideri, piccoli e grandi, quelli che sentivo nelle sue preghiere la sera e nei suoi pensieri di giorno, a volte ci riuscivo subito, in altre occasioni ci voleva qualche giorno, ma ben presto ogni cosa che lui desiderò io riuscii a fare in modo che avvenisse.
Passammo così da uno stato di evidente e preoccupante povertà ad un primo buon lavoro, poi ad uno migliore; ed arrivò infine il benessere non solo economico, fino a poco tempo prima, in ogni caso, impensabile: almeno per lui!
Arrivò anche il momento o i momenti in cui non dormimmo più insieme, ma solo per un poco: lo accontentavo sempre, anche se a malincuore, mettendogli vicino chi lui pensava (erroneamente) di meritare; puntualmente tornavo al mio posto! E dopo la (sgradita) pausa trascorsa su una stupida “cuccia da cane” oltretutto davvero molto scomoda, saltavo nuovamente sul mio lettone, accanto al mio Amore, ed era sempre una grande festa per entrambi!
Di desiderio (realizzato) in desiderio (realizzato) arrivammo così al benessere... ad una nuova casa, ad una nuova auto, sempre secondo i desideri del mio dolce padrone. E furono anni di spensierata frivolezza, in cui, quasi sempre insieme, facevamo ogni cosa ci saltasse per la testolina: ogni avventura si concludeva sempre, come nel migliore dei film, in un bellissimo abbraccio ed un grande bacio sul mio bellissimo muso ormai adulto.
Ricordo ogni corsa nei verdi prati, ed ogni bagno nelle acque azzurre, sempre con lui, e poi l’odore dell’erba, del mare, della neve, e la luce e i colori, le lacrime di gioia, e poi i salti e di nuovo le corse.
Ogni cosa era bella, ed ogni giorno era una nuova avventura da vivere, mi passarono accanto sorelline e fratellini e vissero felici insieme a me, poi andarono via, ed ogni volta tutto aveva un senso una logica, ed ero felice, perché comunque accanto a me rimaneva sempre lui, la mia costante, la mia luce e ragione di esistere, il mio Amore.
Ogni istante apriva il mio cuore a nuove ed incredibili storie da vivere, e non sapevo, e non volevo sapere dove saremmo finiti, purché fossimo insieme.
Avevo nove anni quando la voce un bel giorno, e credetemi, era veramente un bel giorno, pieno di un sole veramente speciale… sul più bello, si fece nuovamente viva, mi richiamò, con la stessa forza, dolcezza e tuonante potenza!
“La tua missione è finita..." - disse - "... adesso chiudi gli occhi!”
Un brivido mi percorse.
Guardai il mio padrone per l’ultima volta, con tenerezza e un groppo alla gola, obbedii, chiusi gli occhi per l’ultima volta, e tirai un gran sospiro.
Sapevo fosse giusto così, ma avrei voluto rimanere di più, per me... per lui.
Una mano mi prese l’anima ed il cuore e li strinse forte forte e udii il pianto dirotto del mio compagno le sue lacrime grandi e calde su di me e la sua ultima parola, mentre mi stringeva a lui.
“Grazie”, mi sussurrò nel mio orecchietto, niente di più, ma compresi da suo pianto dirotto la sua disperazione.
Desiderò ogni cosa piccola e grande, scambiando ciascuna di esse con la felicità, che dimenticò di chiedermi, che dimenticai di dargli.
Sono tornata ad affacciarmi tante volte dentro la sua anima, dentro i suoi sogni, ma non l’ho travato mai più sorridente e giocoso come fu con me, in quei nove anni, ed io sono qui con il mio nasino nero e le orecchie penzolanti, i miei occhioni color nocciola accesi e vivi di una luce ancestrale, in attesa che torni la voce, che mi assegni una nuova missione e magari... mi mandi ancora una volta tra le sue braccia!