Il maghetto
2001

Sono un piccolo mago e vivo in una piccola isola dei Caraibi, in un piccolo villaggio turistico, una esistenza piccola piccola, faccio il prestigiatore, è l’unica cosa che ho imparato a fare, ed ogni sera, estate o inverno, Natale o Ferragosto propongo sempre gli stessi giochi, dicendo le stesse cose, nello stesso modo.
Indosso ogni volta sempre lo stesso mantello blu notte con tante lucine sbrilluccicanti, un po’ lacero sul bordo e con qualche stellina di meno rispetto a quando tre anni fa era nuovo, come nuovo era il mio mestiere, sulla testa poi una tuba bucata dal tempo, ed in mano una bacchetta magica, nera, con la punta bianca.

Sono un piccolo mago, e tutte le sere ciò che proprio non sopporto è di dover diventare ancor più piccolo quando chiudo il mio spazio presentando i pagliacci, che ogni volta per far ridere il pubblico rompono un uovo sulla mia testa.

Ridono i turisti, ridono a crepapelle, ed io vorrei ogni sera sparire tra le loro fauci piombate, dietro le loro grosse pance, dentro i loro portafogli gonfi e volgari tipici del vecchio continente. Già, il vecchio continente, ad ogni spettacolo, dico ogni spettacolo, mentre quell’uovo scende flaccido e viscoso sul mio viso, sui miei occhi e una mia lacrima, fin giù lungo il collo, penso di salire su un aereo e volare via, in quelle terre lontane dove è possibile pensare e parlare liberamente, dove è possibile decidere cosa fare da grandi, dove si può viaggiare, comprare, scrivere, disegnare e sognare senza doverne rendere conto a nessuno.
Dove si può mangiare anche senza una tessera bianca con il timbro del partito.
La mia ragazza fa la ballerina, ha gli occhi color del mare, la pelle chiara e capelli biondi, ci siamo conosciuti qui, come spesso succede a noi gente di spettacolo, tra una prova e l’altra, tra una entrata e l’altra, o nei corridoi dell’albergo, intenti a soddisfare i desideri nascosti dei turisti più perversi.

Sono un piccolo mago, fortunato perché della vita non conosco altro che questo e questo mi basta, sfortunato perché nei racconti, nei mille racconti che rubo alle sedie a sdraio sulla spiaggia ogni giorno, comprendo che al di là del mare c’è la vita, una vita che io non vivrò mai.

Tutto questo finché un giorno non entrò nel villaggio un altro piccolo mago, credo fosse italiano, non indossava mantelli o tube, e nessun uovo era colato mai sulla sua testa, provammo a parlare, lui con quel suo spagnolo italianizzato, io con quelle due parole di italiano che avevo imparato dai turisti italiani precedenti. Riuscivamo a capirci tra una carta da gioco sparita ed una ricomparsa, tra una parola mal detta ed un pensiero intuito dall’espressione degli occhi.
Provavo un piacere assurdo nel vedere con quanta attenzione e meticolosità mi spiegava i suoi giochi, non gli dissi mai di non capire niente, proprio per questo motivo, credo fosse la stessa cosa per lui, ma ciò non ebbe mai alcuna importanza.
Rimase dieci giorni, dieci giorni in cui non ricordo una sera in cui lui mancò allo spettacolo di animazione serale, sempre seduto là in seconda fila, vicino alla porta di uscita. Mi guardava con attenzione e stupore, mi guardava con ammirazione e calore.
Mi affezionai a lui.
Mi offrì da mangiare, mi donò denaro, vestiti e sapone, come fecero molti altri prima di lui, né più né meno, ma intuivo dai suoi modi che avrebbe cambiato volentieri la sua esistenza con la mia, lui, che veniva dal paese dei balocchi.

Sono un piccolo mago, non ho studiato se non per il tempo meticolosamente previsto dalla legge, non so neanche dove si trovi l’Italia, né come essa sia fatta, ma nella mia piccola mente non riuscivo a capire cosa piacesse al piccolo mago italiano di me, della mia umile vita, del mio piccolo mondo, delle mie cose. Io che avrei cambiato la mia vita con la sua a costo di qualsiasi sacrificio, sentivo ogni volta, a gesti o a mezze parole che se gli parlavo di me, rimaneva incantato.
Ricordo una sera, dopo lo spettacolo, durante un bagno nelle calde acque dell’oceano che mi strinse forte forte a sé e mi disse che sarebbe partito l’indomani che mi voleva bene, che sarebbe tornato per me, da me, ovunque io fossi stato.

Mi disse che non mi avrebbe comunque mai dimenticato.
Rimasi interdetto, mi chiesi cosa volesse veramente dirmi, non gli risposi, e non risposi neanche al suo abbraccio.

Altri mi avevano abbracciato però sempre per le mie prestazioni del dopo lavoro, ma nessuno mi aveva mai detto quelle cose, in quel modo, non sapevo cosa dire.

Sono un piccolo mago, vivo una piccola esistenza in un’isola dei Carabi, parlo solo una lingua, la mia, conosco un solo mondo, quello dello spettacolo e di quell’odioso uovo sulla mia testa, ma all’indomani da dietro i vetri dell’albergo vidi quel piccolo mago italiano salire sul pullman, vidi chiudersi le porte, e pensai che non lo avevo salutato, che non gli avevo lasciato nulla di me; e allora corsi, corsi come mai avevo corso prima, corsi per i viali sterrati, saltai siepi e recinti, sotto un sole bruciante e incurante, a piedi nudi, e sbarrai la strada a quel pachiderma, e si aprirono le porta ed entrai, e gli misi un foglietto in mano scritto a penna poco prima, e… girai le spalle: me ne andai lentamente.

Lo vidi sparire sulla statale che portava in aeroporto, aprii la mano e trovai una sua lacrima, aprì la mano e trovò scritto sul biglietto il mio indirizzo ed una riga in più nella quale ero riuscito finalmente a scrivere “Yo te Quiero también” (anch’io ti voglio bene).

 

 

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