Passeggiando nel passato
2002

Passeggio in una serata piovosa, di questa Roma insolitamente freddolosa.
Ho sempre Amato camminare sotto i temporali, in questa città eterna così poco preparata alle calamità naturali, qui che è sempre primavera in giornate come queste la gente o corre a casa o impazzisce nell'intento frenetico di farlo.
E questa sera non c'è un'anima per strada, il clima ha giustiziato gli ultimi temerari già da un po', tutti, tranne me!

Guardo divertito la pioggia correre lungo i marciapiedi e saltare giù nella strada fino ad infrangersi contro i copertoni delle auto parcheggiate lungo i viali di ippocastani grondanti di goccioloni che scorrono divertiti sulle foglie gialle come bambini sullo scivolo del parco giochi.
Guardo l’orologio, sono le 21,30
Mi accosto ai vecchi muri quando scorgo una porticina di ferro grigia e corrosa dal tempo e dalle incisioni vandaliche, è leggermente socchiusa… la sospingo, ed entro senza esitare, senza chiedermi perché; cigolando e scricchiolando il portoncino si accosta nuovamente alle mie spalle, quasi sospinto da una mano invisibile!
All’interno è buio inizialmente denso, ma, un po’ per ripararmi dalla pioggia, un po’ per l’insolito ed invitante calore che proviene da dentro, mi inoltro per i corridoi, e cammino in quella che adesso è diventata penombra.
Mi lascio guidare da odori e giochi di ombre e colori lievemente illuminati dalla luce fioca dei lampioni che sgattaiola attraverso alcune finestre prive della protezione delle tende.
Odori, colori, forme così insolitamente familiari ma ai quali non riesco a dare una forma nella mia memoria, eppure così intensi da farmi rivivere sensazioni ed emozioni legati a ricordi ormai evidentemente tramontati dietro le colline della mia mente.
Lunghi corridoi, e tante porticine, alcune socchiuse, altre aperte, le mie gambe camminano da sole, come se sapessero dove portarmi, entro guidato da loro nell'ultima porta infondo al corridoio; e, stropiccio gli occhi, li chiudo, li riapro, li sgrano... non ci posso credere: sono all’interno dell’aula che mi ospitò durante la prima elementare!
 

E mi chiedo ancora una volta, come possa trovarmi lì, a quell’ora, senza che nessuno mi cacci, ed anzi, con la netta sensazione che invece “qualcosa” mi abbia sospinto fin qua!
"Ma forse è solo un sogno, ed allora viviamolo fino in fondo", mi dico, certamente ne vale la pena; tutto d'altronde sembra deporre a favore di quest'ultima idea, "come potrebbe essere altrimenti?", ogni cosa è ancora al suo posto ma sono passati più di trenta anni.
Mi guardo ancora intorno.

Nel buio si muovono adesso figure sempre più vive, riconosco uno ad uno, senza esitazione, i volti giocosi dei miei compagni di classe Sbriziolo, Accornero, Perozzi…
Là, seduto in quel secondo banco della fila vicino alla porta, su una sediolina alta da terra 30 cm, guardo la cattedra e la lavagna, che allora mi sembravano immense e che ora, solo ora, hanno la giusta dimensione; respiro e assaporo masticandola lentamente e profondamente ogni emozione, ogni istante di ciò che mi circonda è denso di significati e di ricordi ancora vivi.
Adesso intorno a me c’è un girotondo di giocosi fantasmi in festa, che aspettavano solo me per iniziare le danze.
Tutto è così vero e forte che ormai sono uno di loro, sono tornato, sono ombra o realtà anche io, esattamente come loro, le mie manine tengono le loro, giochiamo, danziamo leggeri, distanti da ogni cosa terrena, a qualche centimetro dal pavimento.

Poi corro nuovamente al mio banco e... le matite, le mie matite colorate sono ancora lì ordinate esattamente come le avevo lasciate,  e i pastelli a cera, e la cartella di cuoio con quel suo inconfondibile odore, e le merendine profumate di albicocca!

Da fuori arriva anche l’odore del cibo preparato in refettorio, sempre uguale, ogni giorno, quasi preparassero sempre lo stesso pasto, e forse è proprio così, ma io fortunatamente lì non ci ho mai mangiato.
Poi mi sento chiamare, è una voce che conosco meglio delle altre, mi volto ed abbraccio Enrico, il mio compagno di banco; mi ricordo improvvisamente di aver saputo di lui qualche mese prima, strappato alla vita da venditori di false illusioni, lo stringo forte a me, poi lo guardo in viso, come a chiedergli qualcosa ma lui ricambia il mio sguardo in un modo tale che... capisco l'inutilità di dire qualcosa in quel momento, siamo là, è bello esserci, e vivere quell'attimo trasformandolo in un'eternità.
 

Mi volto di scatto verso la porta accostata ed un brivido scorre improvviso nella mia schiena, dei passi, pesanti, decisi, qualcuno viene verso di noi, un'ombra lunga si staglia sul pavimento prima ancora che compaia quello che sembra essere uomo grande e grosso.
Sento dentro di me tanta paura, quella che si prova proprio in queste circostanze.
Tuona dal corridoio la voce del maestro Giordano, eccolo, arriva… tutti seduti per carità!
La sua ombra lunga e nera adesso è in compagnia della sua figura sulla porta, è là, fermo, imponente, terribile come sempre, e come sempre lui ha spento la gioia ed un momento di felicità nel mio cuore, come fece tante volte allora, quando l'infanzia mi dava pieno diritto a spensieratezza ed illusioni.
Mi guardo nuovamente intorno.
Ogni cosa è tornata inanimata, silenziosa, e l'unico rumore che arriva alle mie orecchie è quello della pioggia che ancora si fa sentire là fuori, in cortile.
Cammino verso il mio banco, lo sfioro uscendo dal silenzio assordante di quella stanza, ma non sono più solo, mano nella mano con quel bambino morettino con gli occhi neri come il carbone, percorro i corridoi che mi portano verso l'uscita; una pioggerellina sottile continua a cadere danzando a piccoli cerchi nell’aria gelida e leggera.
Il piccolo bimbo cammina contento saltellando felice di essersi riunito con me, di essere di nuovo insieme dopo tanti anni, faccio attenzione che non si bagni, poi mi accorgo di stringere troppo la sua piccola mano e allento un po', ma solo un po', la mia presa.
Passeggiando, a piccoli passi, senza fretta, ci avviamo insieme per i sentieri piovosi, verso casa.

 

 

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