Il temporale
2000
Fuori imperversava un temporale come poche volte nella mia vita avevo avuto modo di vedere, quando un tuono mi svegliò di soprassalto, guardai prima la sveglia, poi fuori alla finestra, le nebbiolina fitta mista alla pioggia lasciava appena filtrare la luce fioca e gialla di alcuni lampioni, sulla via ancora deserta, almeno a giudicare dl silenzio; era notte fonda.
Mi voltai verso il letto e lei dormiva profondamente e dolcemente, la luce dei lampi illuminava di tanto in tanto il suo bellissimo corpo appena coperto da una vestaglia trasparente di raso nero.
Mi vestii in fretta e scesi giù in strada.
Amo fin da bambino camminare sotto i temporali, non mi
stancherò mai di farlo, è una gioia tanto grande, quanto incomprensibile; e
questo non volevo assolutamente perderlo, i lampi e i tuoni erano così continui ed
intensi che a mia memoria non ricordavo di aver visto mai nulla di simile.
Nel cortile la pioggia scorreva abbondante sulle foglie di edera grandi e di un
colore indefinibile.
Avvolto in una giacca molto calda e confortevole, con il cappuccio tirato sul
capo e due vecchi scarponi neri, mi incamminai in strada, senza fretta, con il
cuore pieno di una gioia così grande da dare un andatura ondulante e un po'
goffa al mio passo.
Feci tuttavia solo alcuni passi prima di intravedere nel buio, nella
nebbia sollevata dalla pioggia che cadeva impetuosa, la figura di un uomo
anziano, il corpo grande, possente come il vecchio tronco reciso di una quercia
secolare ancora ben piantato in terra, la barba per lo più bianca e cresposa, le
mani come grandi rami contorti.
Iniziò a parlare mentre ancora si avvicinava, e mi disse con voce roca ma
nitida:”Domani è il grande giorno, domani, non lo dimenticare, tu, sì, proprio
tu, domani… il tuo ultimo giorno”.
Un brivido percosse la mia anima, ed il mio cuore si gelò, mi ripresi dopo
qualche istante, avrei voluto chiedere chi fosse e perché mai dicesse quelle
cose quell'uomo, ma mi resi conto di essere completamente paralizzato come
quando in un sogno terribile non riesci ad emettere suoni, così lo vidi
impotente, scomparire nel buio.
Non ricordo come proseguì la passeggiata notturna, a dire il vero non ricordo più nulla
se non che il giorno seguente, mi svegliai molto presto.
Fuori il tempo non era migliorato, quando scesi giù, attraversando la strada, mi resi conto che stranamente la pioggia aveva già bagnato tutto ciò che poteva bagnare di me, nonostante ben coperto, la sentivo scorrere già sulla mia schiena, sulla pancia, fino a riunirsi più giù scorrendo fino ai piedi: ed avevo tanto freddo, troppo freddo!
In lontananza scorsi le luci blu intermittenti di ambulanza e polizia, proprio
vicino alla fermata della metro dove ero diretto. Mi avvicinai: c’era un corpo
disteso in terra coperto da un lenzuolo bianco, ed una donna che piangeva di un
pianto dirotto, ed un lamento inumano.
Giunsi in prossimità della donna e del corpo, proprio mentre il gendarme alzava
il lenzuolo per il riconoscimento del cadavere: la donna urlò di dolore.
Guardai bene anch'io sotto quel lenzuolo.
Non potei credere ai miei occhi mentre
sentii un brivido simile ad una lancia nel cuore: riconobbi il mio viso, là
disteso, sanguinante, ancora caldo!
Ero lì in terra, sotto il lenzuolo sudicio, ma anche in piedi, vicino alla
donna.
Le posi allora il mio braccio sinistro sulla spalla e la guardai, non capivo, ma non
ero più né sorpreso, né spaventato, la guardai nuovamente nel viso
rassicurandola con i miei occhi e con la mano che le stringeva la spalla.
La donna smise di piangere, e mi guardò anch'essa.
E solo in quel momento ricordai cosa fosse successo.
Correvo, era tardi, ero stanco di una notte a passeggio, e scivolai, banalmente
scivolai, proprio sul ciglio del marciapiede, mentre un'auto giunta puntuale
all'appuntamento mi schiacciò la testa sotto le ruote.
L’autista, era ancora poggiato sul cofano, le mani tra i capelli, sembrava
sconvolto dal fatto.
Si alzò invece di scatto e venne verso di me, e man mano
che si avvicinava era sempre più evidente che sì, era proprio lui: l’uomo della
notte precedente! Era lui senza dubbio, con il suo barbone ormai bianco ed il suo sorriso quasi
impercettibile, ironico.
Nel momento in cui quel suo ghigno sfiorò il mio viso un tuono mi svegliò di
soprassalto.
La luce dell’alba illuminava tenuemente la mia stanza,
seduto sul letto, mandai giù due sorsi d’acqua fresca e ripensai a quei volti
riemersi dal mio passato, dalla mia coscienza sopita, e ancora nitidi nella mia
mente.
Erano loro, i miei genitori, quell’uomo così grande, quel suo sorriso ironico e
duro: mio padre e quella donna così piena di dolore per me, quel suo pianto
dirotto: mia madre!
Loro vivi, ed io là in terra morto, giochi dell'inconscio.
Girai lo sguardo lentamente a cercare qualcuno accanto a me, nel mio letto, come quando si gioca a carte e si scoprono quelle in mano una ad una, lentamente, ma la luce illuminava chiaramente il letto vuoto, pieno semmai della mia solitudine.