Charles Baudelaire

 


AL LETTORE

La stoltezza, l'errore, il peccato, l'avarizia, abitano i nostri spiriti e
agitano i nostri corpi; noi nutriamo amabili rimorsi come i mendicanti
alimentano i loro insetti.

I nostri peccati sono testardi, vili i nostri pentimenti; ci facciamo
pagare lautamente le nostre confessioni e ritorniamo gai pel sentiero
melmoso, convinti d'aver lavato con lagrime miserevoli tutte le nostre
macchie.

È Satana Trismegisto che culla a lungo sul cuscino del male il nostro
spirito stregato, svaporando, dotto chimico, il ricco metallo della
nostra volontà.

Il Diavolo regge i fili che ci muovono! Gli oggetti ripugnanti ci
affascinano; ogni giorno discendiamo d'un passo verso l'Inferno,
senza provare orrore, attraversando tenebre mefitiche.

Come un vizioso povero che bacia e tetta il seno martoriato
d'un'antica puttana, noi al volo rubiamo un piacere clandestino e lo
spremiamo con forza, quasi fosse una vecchia arancia.

Serrato, brulicante come un milione di vermi, un popolo di demoni
gavazza nei nostri cervelli, e quando respiriamo, la morte ci scende
nei polmoni quale un fiume invisibile dai cupi lamenti.

Se lo stupro, il veleno, il pugnale, l'incendio, non hanno ancora
ricamato con le loro forme piacevoli il canovaccio banale dei nostri
miseri destini, è perché non abbiamo, ahimé, un'anima
sufficientemente ardita.

Ma in mezzo agli sciacalli, le pantere, le cagne, le scimmie, gli
scorpioni, gli avvoltoi, i serpenti, fra i mostri che guaiscono, urlano,
grugniscono entro il serraglio infame dei nostri vizi,

uno ve n'è, più laido, più cattivo, più immondo. Sebbene non faccia
grandi gesti, né lanci acute strida, ridurrebbe volentieri la terra a una
rovina e in un solo sbadiglio ingoierebbe il mondo.

È la Noia! L'occhio gravato da una lagrima involontaria, sogna
patiboli fumando la sua pipa. Tu lo conosci, lettore, questo mostro
delicato - tu, ipocrita lettore - mio simile e fratello!


A una passante


Attorno m'urlava. la strada assordante.
Alta, sottile, in lutto, nel dolor regale, una donna passò,
alzando con superba mano e agitando, la balza e l'orlo della gonna;
agile e nobile,con le gambe statuarie.
Ed io le bevevo, esaltato come un folle, nell'occhio,
cielo livido presago d'uragano,
dolcezza che incanta e piacere che dà morte.
Un lampo….poi la notte!
Bellezza fugace, il cui sguardo m'ha ridato vita a un tratto,
nell'eternità solamente potrò rivederti?
Altrove, lontano, troppo tardi, mai forse!
Perché ignoro dove fuggi, e tu dove io vada,
o te che avrei amato, o te che lo sapevi!


3 - ELEVAZIONE

Al di sopra degli stagni, al di sopra delle valli, delle montagne, dei
boschi, delle nubi, dei mari, oltre il sole e l'etere, al di là dei confini
delle sfere stellate,

spirito mio tu ti muovi con destrezza e, come un bravo nuotatore che
si crogiola sulle onde, spartisci gaiamente, con maschio, indicibile
piacere, le profonde immensità.

Fuggi lontano da questi miasmi pestiferi, va' a purificarti nell'aria
superiore, bevi come un liquido puro e divino il fuoco chiaro che
riempie gli spazi limpidi.

Felice chi, lasciatisi alle spalle gli affanni e i dolori che pesano con il
loro carico sulla nebbiosa esistenza, può con ala vigorosa slanciarsi
verso i campi luminosi e sereni;

colui i cui pensieri, come allodole, saettano liberamente verso il cielo
del mattino; colui che vola sulla vita e comprende agevolmente il
linguaggio dei fiori e delle cose mute.


5

Amo il ricordo di quelle epoche nude, le cui statue Febo si
compiaceva indorare. Allora uomo e donna, nella loro mobilità,
godevano senza menzogna e senza ansia; il cielo amoroso
carezzava loro la schiena, ed essi così esercitavano le virtù del loro
nobile corpo. Cibele, allora feconda di ricchi prodotti, non trovava che
i figli le fossero di peso: lupa dal cuore gonfio di generosa tenerezza,
nutriva l'universo con le sue brune mammelle. L'uomo vigoroso, forte,
elegante, godeva del diritto d'andar fiero delle beltà che lo
proclamavano re: frutti indenni da qualsiasi oltraggio, vergini di
fenditure, la loro carne liscia e ferma chiamava i morsi.

Il Poeta oggi, se desidera immaginare quelle native grandezze là
dove si mostrano le nudità dell'uomo e della donna, sente calare
sulla sua anima un freddo tenebrore dinanzi a un quadro nero,
spaventoso. O mostruosità piangenti il proprio abito! tronchi ridicoli,
torsi degni di maschere; magri, poveri corpi torti, ventruti e flaccidi,
che il dio dell'Utile, implacabilmente sereno, strinse, sin dalla nascita,
nelle sue fasce bronzee. E voi donne, pallide ahimè come ceri, che il
vizio insieme consuma e nutre, voi vergini, che trascinate l'eredità del
peccato materno e tutte le brutture che porta la fecondità.

Noi abbiamo, è vero, noi nazioni corrotte, bellezze ignote a quei
popoli antichi: visi smangiati dalle cancrene del cuore, bellezze fiorite
dalla spossatezza. Ma queste invenzioni delle nostre ultime muse
non impediranno mai alle razze malsane di rendere un omaggio
profondo alla giovinezza - alla santa giovinezza, dall'aria semplice,
dall'occhio limpido e chiaro come un'acqua corrente, che, incurante
come l'azzurro del cielo, come gli uccelli e i fiori, sparge su tutto i
suoi profumi, le sue canzoni e il suo dolce calore.


6 - I FARI

Rubens, fiume d'oblìo, giardino della pigrizia, cuscino di carne fresca
su cui non si può amare, ma in cui la vita fluisce e di continuo s'agita,
come l'aria nel cielo e il mare dentro il mare;

Leonardo da Vinci, specchio oscuro e profondo, in cui angeli
incantevoli, con un dolce sorriso pieno di mistero, appaiono all'ombra
dei ghiacciai e dei pini che ne chiudono il paesaggio;

Rembrandt, triste ospedale tutto pieno di murmuri, decorato soltanto
da un grande crocifisso, ove la preghiera in lagrime esala dalle
lordure e il sole d'inverno appare con un raggio improvviso;

Michelangelo, luogo indefinito in cui si vedono Ercoli mescolarsi a
Cristi, elevarsi dritti dei fantasmi possenti che nei crepuscoli si
stracciano di dosso il sudario stirando le dita;

e tu, che la collera dei pugili, la bellezza dei ribaldi, l'impudenza dei
fauni hai saputo raccogliere, Puget, uomo debole e giallastro, grande
cuore gonfio d'orgoglio - malinconico imperatore dei forzati;

Watteau, carnevale in cui tanti cuori illustri errano come farfalle di
fuoco, scenari freschi e leggeri rischiarati da lumi che, versano la
follia su un ballo vertiginoso;

Goya, incubo pieno di cose misteriose, di feti fatti cuocere in pratiche
stregonesche, di vecchie che si specchiano e di fanciulle nude che si
aggiustano le calze per tentare i demòni;

Delacroix, lago di sangue abitato da angeli maledetti, ombreggiato da
un bosco di pini sempre verdi ove, sotto un cielo malinconico, strane
fanfare passano come un sospiro smorzato di Weber;

queste maledizioni e bestemmie, questi lamenti, queste estasi, e gridi
e pianti, questi Te Deum sono un'eco ripetuta da mille labirinti: per
un cuore mortale sono un oppio divino.

È un grido ripetuto da mille sentinelle, un ordine ritrasmesso da mille
portavoci, un faro acceso su mille fortezze, un suono di cacciatori
perduti in grandi boschi!

Perché, veramente, o Signore, è la migliore testimonianza che noi si
possa dare della nostra dignità questo singhiozzo ardente che passa
di secolo in secolo per morire ai piedi della tua eternità.


10 - IL NEMICO

La mia giovinezza non fu che una oscura tempesta, traversata qua e
là da soli risplendenti; tuono e pioggia l'hanno talmente devastata
che non rimane nel mio giardino altro che qualche fiore vermiglio.

Ecco, ho toccato ormai l'autunno delle idee, è ora di ricorrere al
badile e al rastrello per rimettere a nuovo le terre inondate in cui
l'acqua ha aperto buchi larghi come tombe.

E chissà se i fiori nuovi che vado sognando troveranno, in un terreno
lavato come un greto, il mistico alimento cui attingere forza...

O dolore,o dolore, il Tempo si mangia la vita e l'oscuro Nemico che ci
divora il cuore cresce e si fortifica del sangue che perdiamo.


11 - LA SFORTUNA

Per sollevare un così grande peso, Sisifo, ci vorrebbe tutto il tuo
coraggio! Benché si lavori di lena, l'Arte è lunga, il Tempo breve.

Lontano dai sepolcri illustri il mio cuore, come un tamburo abbrunato,
batte funebri marce verso un cimitero remoto.

- Non pochi gioielli vi dormono, sepolti nelle tenebre e nell'oblìo,
lontano da zappe e da sonde.

E non pochi fiori vi effondono contro voglia il loro profumo, dolce
come un segreto, in profonda solitudine.


14 - L'UOMO E IL MARE

Uomo libero, sempre tu amerai il mare! Il mare è il tuo specchio; tu
miri, nello svolgersi infinito delle sue onde, la tua anima. Il tuo spirito
non è abisso meno amaro.

Ti compiaci a tuffarti entro la tua propria immagine; tu l'abbracci con
gli occhi e con le braccia, e il tuo cuore si distrae alle volte dal suo
battito al rumore di questo lamento indomabile e selvaggio.

Siete entrambi a un tempo tenebrosi e discreti: uomo, nessuno ha
mai misurato la profondità dei tuoi abissi; mare, nessuno conosce le
tue ricchezze segrete, tanto siete gelosi di conservare il vostro
mistero.

E tuttavia sono innumerevoli secoli che vi combattete senza pietà né
rimorsi, talmente amate la carneficina e la morte, eterni lottatori,
fratelli implacabili.


15 - DON GIOVANNI ALL'INFERNO

Quando Don Giovanni discese verso l'onda sotterranea, ed ebbe
pagato l'obolo a Caronte, un triste mendicante, l'occhio fiero come
Antistene, s'impadronì dei remi con braccio fiero e vendicatore.

Come un grande branco di vittime offerte, donne si contorcevano
sotto il nero firmamento, mostrando i seni cascanti, dischiudendo le
vesti, mugghiando lungamente dietro di lui.

Sganarello ridendo reclamava il salario, Don Luigi con tremulo dito
mostrava ai morti erranti sulle rive l'audace figlio che rise delle sue
canizie.

Rabbrividendo, chiusa nel suo lutto, la casta, magra Elvira, vicina al
perfido sposo che fu suo amante, sembrava chiedergli un supremo
sorriso in cui brillasse la dolcezza del primo giuramento.

Eretto nella sua armatura un uomo di pietra, al timone, solcava il
nero flutto. Ma l'eroe, calmo, chino sulla sua spada contemplava la
scia, sdegnoso d'altro vedere.


17 - LA BELLEZZA

Sono bella, o mortali, come un sogno di pietra e il mio seno, cui volta
a volta ciascuno s'è scontrato, è fatto per ispirare al poeta un amore
eterno e muto come la materia.

Troneggio nell'azzurro quale Sfinge incompresa, unisco un cuore di
neve alla bianchezza dei cigni, odio il movimento che scompone le
linee e mai piango, mai rido.

I poeti, di fronte alle mie grandi pose, che ho l'aria di imitare dai più
fieri monumenti, consumeranno i giorni in studi severi, perché, onde
affascinare quei docili amanti, ho degli specchi puri che fanno più
bella ogni cosa: sono i miei occhi, i miei grandi occhi dalla luce
immortale.


18 - L'IDEALE

Non sapranno mai, queste bellezze da vignette, questi prodotti
avariati, nati da un secolo cialtrone, questi piedi da stivaletti, queste
dita da nacchere, soddisfare un cuore come il mio.

Lascio a Gavarni, poeta di clorosi, il suo gregge mormorante di
bellezze da ospedale: non posso trovare fra queste pallide rose, un
fiore che assomigli al mio rosso ideale.

Quel che ci vuole per questo cuore profondo come un abisso sei tu,
Lady Macbeth, anima forte nel delitto, sogno eschileo schiusosi in
climi iperborei;

o sei tu, grande Notte, nata da Michelangelo, che torci quetamente,
in una strana posa, le tue forme fatte per la bocca dei Titani.


31 - IL VAMPIRO

O tu, che come un coltello sei penetrata nel mio cuore gemente: o tu,
che come un branco di demoni, venisti, folle e ornatissima,

a fare del mio spirito umiliato il tuo letto e il tuo regno - infame cui
sono legato come il forzato alla catena,

come il giocatore testardo al gioco, come l'ubbriaco alla bottiglia,
come i vermi alla carogna - maledetta, sii tu maledetta!

Ho chiesto alla veloce lama di farmi riconquistare la libertà, ho detto
al perfido veleno di venire in soccorso della mia vigliaccheria.

Ahimè, che il veleno e la lama m'hanno disdegnato, e m'hanno detto:
"Tu non sei degno di venir sottratto alla tua maledetta schiavitù,

imbecille! Se i nostri sforzi ti liberassero, i tuoi baci risusciterebbero il
cadavere del tuo vampiro."


34 - IL GATTO

Vieni, mio bel gatto, sul mio cuore innamorato; ritira le unghie nelle
zampe, lasciami sprofondare nei tuoi occhi in cui l'agata si mescola
al metallo.

Quando le mie dita carezzano a piacere la tua testa e il tuo dorso
elastico e la mia mano s'inebria del piacere di palpare il tuo corpo
elettrizzato,

vedo in ispirito la mia donna. Il suo sguardo, profondo e freddo come
il tuo, amabile bestia, taglia e fende simile a un dardo, e dai piedi alla
testa

un'aria sottile, un temibile profumo ondeggiano intorno al suo corpo
bruno.


36 - IL BALCONE

O madre dei ricordi, amante delle amanti, o tu che assommi tutti i
miei piaceri, tutti i miei doveri. Ricorderai la bellezza delle carezze, la
dolcezza del focolare, l'incanto delle sere, madre dei ricordi, amante
delle amanti?

Le sere illuminate dall'ardore dei tizzoni e le sere al balcone, velate
da vapori rosa. Come il tuo seno m'era dolce, il tuo cuore fraterno!
Noi abbiamo pronunciato spesso imperiture parole, le sere illuminate
dall'ardore dei tizzoni.

Come sono belli i soli nelle calde sere, come lo spazio è profondo, il
cuore possente! Curvandomi su di te, regina fra tutte le adorate,
credevo respirare il profumo del tuo sangue. Come sono belli i soli
nelle calde sere!

La notte s'ispessiva come un muro, i miei occhi indovinavano al buio
le tue pupille e io bevevo il tuo respiro, o dolcezza mia, mio veleno,
mentre i tuoi piedi s'addormentavano nelle mie mani fraterne. La
notte s'ispessiva come un muro.

Conosco l'arte di evocare gli istanti felici: così rividi il mio passato,
accucciato fra i tuoi ginocchi. Perché cercare la tua languida bellezza
fuori del tuo caro corpo e del tuo cuore così dolce? Conosco l'arte di
evocare gli istanti felici.

Giuramenti, profumi, baci senza fine rinasceranno da un abisso
interdetto alle nostre sonde così come risalgono al cielo i soli,
rinvigoriti, dopo essersi lavati nel profondo dei mari. O giuramenti,
profumi, baci senza fine!


40 - SEMPER EADEM

"Di dove viene" dicevi "questa strana tristezza che sale come il
mare sulla roccia nera e nuda?" - Quando il nostro cuore ha fatto la
sua vendemmia, vivere non è che male. È un segreto noto a tutti,

un dolore semplice, senza misteri e, come la tua gioia, a tutti
manifesto. Cessa dunque, bella curiosa, d'indagare. E se pure la tua
voce è dolce, taci!

Taci, ignorante, anima perennamente in estasi, bocca dal riso
infantile! Assai più che la Vita ci tiene la Morte con i suoi legami
sottili.

Lascia, lascia il mio cuore inebriarsi d'una menzogna, tuffarsi nei
tuoi begli occhi come in un sogno e a lungo sonnecchiare all'ombra
dei tuoi cigli.


49 - IL VELENO

Il vino sa rivestire il più sordido tugurio d'un lusso miracoloso e
innalza portici favolosi nell'oro del suo rosso vapore, come un
tramonto in un cielo annuvolato.

L'oppio ingrandisce le cose che già non hanno limite, allunga
l'infinito, approfondisce il tempo, scava nella voluttà e riempie l'anima
al di là delle sue capacità di neri e cupi piaceri.

Ma tutto ciò non vale il veleno che sgorga dai tuoi occhi, dai tuoi
occhi verdi, laghi in cui la mia anima trema specchiandovisi
rovesciata... I miei sogni accorrono a dissetarsi a quegli amari abissi.

Tutto questo non vale il terribile prodigio della tua saliva che morde,
che sprofonda nell'oblìo la mia anima senza rimorso, e trasportando
la vertigine, la rotola estinta alle rive della morte!


50 - CIELO TURBATO

Si direbbe che il tuo sguardo è coperto di vapori; il tuo occhio
misterioso (azzurro, grigio o verde?) ora tenero ora sognante o
crudele, riflette l'indolenza e il pallore del cielo.

Ricordi i giorni bianchi, tiepidi, velati, che sciolgono in lagrime i cuori
stregati, quando, presi da un male sconosciuto che li torce, i nervi
troppo svegli si fan gioco dello spirito assopito?

Tu somigli qualche volta agli splendidi orizzonti che accendono i soli
delle stagioni brumose... E come risplendi, umido paesaggio
infiammato dai raggi cadenti da un cielo turbato!

O donna affascinante, o climi seducenti! Adorerò anche la tua neve e
le vostre brine, e saprò ricavare dall'implacabile inverno piaceri più
acuti del ghiaccio e del ferro?


II

Amo la luce verdastra dei tuoi lunghi occhi, dolce beltà, ma tutto oggi
m'è amaro e nulla, né il tuo amore, né l'alcova, né il caminetto
compensano il sole dardeggiante sul mare.

Ma pure, amami, tenero cuore, come una madre, anche se sono
ingrato e cattivo; amante o sorella, abbi l'effimera dolcezza d'un
glorioso autunno o d'un sole declinante.

Breve compito! Attende, la tomba, avida. Ah, lascia che la fronte
posata sulle tue ginocchia, gusti, rimpiangendo la bianca, torrida
estate, il raggio giallo e dolce della fine di stagione.


65 - TRISTEZZA DELLA LUNA

Questa sera la luna sogna più languidamente; come una bella donna
che su tanti cuscini con mano distratta e leggera prima d'addormirsi
carezza il contorno dei seni, e sul dorso lucido di molli valanghe,
morente, si abbandona a lunghi smarrimenti, girando gli occhi sulle
visioni bianche che salgono nell'azzurro come fiori in boccio.

Quando, nel suo languore ozioso, ella lascia cadere su questa terra
una lagrima furtiva, un pio poeta, odiatore del sonno,

accoglie nel cavo della mano questa pallida lagrima dai riflessi iridati
come un frammento d'opale, e la nasconde nel suo cuore agli
sguardi del sole.


80 - VOGLIA DEL NULLA

Triste mio spirito, un tempo innamorato della lotta, la Speranza il cui
sperone attizzava i tuoi ardori, non vuole più cavalcarti! Giaciti
dunque senza pudore, vecchio cavallo il cui zoccolo incespica a ogni
ostacolo.

Rassegnati, cuor mio: dormi il tuo sonno di bruto!

Spirito vinto e stremato! Per te, vecchio predone, l'amore ha perduto
il suo gusto, e l'ha perduto la disputa; addio, canti di ottoni e sospiri di
flauto! Piaceri, desistete dal tentare un cuore cupo e corrucciato!

L'adorabile Primavera ha perduto il suo profumo.

Il Tempo m'inghiotte minuto per minuto come fa la neve immensa
d'un corpo irrigidito; io contemplo dall'alto il globo in tutta la sua
circonferenza e non vi cerco più l'asilo d'una capanna.

Valanga, vuoi tu portarmi via nella tua caduta?


QUADRI PARIGINI
 

86 - PAESAGGIO

Voglio, per comporre castamente le mie egloghe, dormire accanto al
cielo, come fanno gli astrologhi; e vicino ai campanili, ascoltare
sognando i loro inni solenni portati via dal vento. Le mani sotto il
mento, dall'alto della mia mansarda, vedrò l'officina che canta e che
chiacchiera, i comignoli, i campanili, alberi maestri della città, e i
grandi cieli che fanno sognare l'eterno.

È dolce veder nascere tra le brume la stella nell'azzurro, la lampada
alla finestra, i fiumi di carbone che salgono al firmamento e la luna
che versa il suo pallido incanto. Vedrò passare primavere, estati,
autunni; e quando arriverà, con le sue nevi monotone, l'inverno,
serrerò porte e finestre, fabbricherò nella notte i miei palazzi stregati.
Sognerò allora orizzonti azzurrini, giardini, zampilli d'acqua riversanti
il loro pianto negli alabastri, baci, uccelli cantanti sera e mattino, e
quanto di più infantile l'Idillio può possedere. Tempestando
vanamente al mio vetro la Rivolta non riuscirà a farmi alzare la fronte
dal leggìo, perché sarò tutto immerso nel piacere d'evocare la
Primavera, di far nascere un sole dal mio cuore e di trasformare i
miei pensieri ardenti in una tiepida atmosfera.


88 - A UN MENDICANTE DAI CAPELLI ROSSI

Bianca fanciulla dai capelli rossi, il cui vestito lascia intravvedere dai
suoi buchi bellezza e povertà,

per me, misero poeta, il tuo giovane corpo malaticcio ha una sua
dolcezza.

Tu porti con più galanteria i tuoi zoccoli pesanti che non porti i suoi
coturni di velluto un'eroina da romanzo.

In luogo del tuo straccetto troppo corto, oh, che un superbo abito di
corte ricada in pieghe lunghe e fruscianti sui tuoi talloni;

e che un pugnaletto d'oro riluca sulla tua gamba - per gli occhi dei
libertini - in luogo delle tue calze bucate;

che nodi malfatti svelino - per i nostri peccati - i tuoi due bei seni,
radiosi come occhi;

che per svestirti le braccia si facciano pregare e caccino a colpi ribelli
le dita birichine,

perle della più bella acqua, sonetti di Maestro Belleau dai tuoi
innamorati in pena incessantemente offerti,

servitorame di rimatori offerenti le loro primizie contemplando la tua
scarpa di sotto la scala,

più d'un paggio desideroso d'avventura, più d'un signore, più d'un
Ronsard spierebbero, per un convegno, il tuo fresco rifugio!
Conteresti allora nei tuoi letti più baci che gigli, e sottoporresti alle tue
leggi più d'un Valois!

- E tuttavia tu vai raccattando qualche vecchio rimasuglio buttato
sulla soglia di un Véfour da sobborghi;

e vai adocchiando, di nascosto, dei gioielli da pochi soldi che io,
ahimè, neppure posso donarti.

Va' dunque senza ornamento o profumo, o perle, o diamante, va',
solo con la tua magra nudità, o mia bella.


98 - L'AMORE DELLA MENZOGNA

Quando, o cara e indolente, ti vedo procedere, al canto degli
strumenti che si frange al soffitto, sospeso il passo armonioso e lento
e girata tutt'intorno la noia dello sguardo, profondo;

quando, ai fuochi del gas che la colora, contemplo la tua pallida
fronte, che abbellisce un morboso fascino, e le faci della sera
incendiano d'aurora i tuoi occhi stregati come in un ritratto,

mi dico: Com'è bella e come bizzarramente fresca! La grave
memoria, pesante e regale torre, l'incorona, e il suo cuore, come una
pesca ammaccata è maturo, similmente al suo corpo, per un amore
raffinato.

Sei forse il frutto d'autunno dai sapori regali, la funebre urna in attesa
di lagrime, il profumo che fa sognare oasi lontane, il cuscino
carezzevole, il canestro di fiori?

Io so che vi sono occhi pieni di malinconia che non celano alcun
segreto prezioso: bei cofani senza gioielli, medaglioni senza reliquie,
più vuoti e più profondi di voi medesimi, o cieli!

Ma non basta, per rallegrare un cuore che fugge la verità, che tu sia
l'apparenza? Che importano la tua stupidità, la tua indifferenza?
Maschera o ornamento, ti saluto: io adoro la tua bellezza.


126 - IL VIAGGIO
A Maxime du Camp

Per il ragazzo, innamorato di mappe e di stampe, l'universo è pari
alla sua vasta brama. Come è grande il mondo alla luce della
lampada, come, agli occhi del ricordo, meschino!

Un mattino partiamo, il cervello in fiamme, il cuore gonfio di rancore e
di voglie amare, e andiamo seguendo il ritmo delle onde, cullando il
nostro infinito sul finito dei mari:

gli uni, felici di fuggire una patria infame, gli altri l'orrore delle proprie
culle; e alcuni, astrologhi perduti negli occhi d'una donna, Circe
tirannica dai profumi fatali.

Per non essere mutati in bestie, s'inebriano di spazio, di luce e di cieli
infuocati; il gelo che li morde, i soli che li bruciano cancellano
lentamente il segno dei baci.

Ma, veri viaggiatori sono quelli che partono per partire; cuori leggeri,
simili a palloncini, non si staccano mai dal loro destino, e senza
sapere perché dicono sempre: Andiamo!

I loro desideri hanno forme di nuvole, e come il coscritto il cannone,
sognano grandi, cangianti, ignote voluttà, il cui nome lo spirito umano
non ha mai conosciuto.


4 - IL LETE

Vieni sul mio cuore, anima sorda e crudele, tigra adorata, mostro
dalle pose indolenti; voglio immergere a lungo le mie dita tremanti
nella massa pesante della tua criniera;

e seppellire la mia testa indolorita nelle gonne che il tuo profumo
impregna, respirare, come un fiore passo, il dolce tanfo del mio
amore defunto.

Voglio dormire, dormire, non vivere! In un sonno dolce come la
morte, sul tuo corpo levigato alla pari del rame, deporrò i miei baci,
senza rimorso.

Nulla, per inghiottire i miei singhiozzi languenti, vale l'abisso del tuo
letto; l'oblìo tiene possente la tua bocca e il Lete scorre nei tuoi baci.

Al mio destino, divenuto ormai una delizia, obbedirò come un
prescelto; martire docile, condannato innocente, che con fervore
attizza il suo supplizio,

succhierò, per soffocare il mio rancore, il nepente e la cicuta
benefica, alle punte incantevoli del tuo seno eretto che mai ha
imprigionato un cuore.


5 - A COLEI CHE È TROPPO GAIA

Sono belli come un bel paesaggio, la tua testa il tuo gesto il tuo
atteggiarti; il tuo riso scherza sul tuo viso come in un cielo chiaro
fresco vento.

Il malinconico passante che tu sfiori è abbagliato dalla salute che
zampilla dalle tue braccia, dalle tue spalle, come una luce.

I colori squillanti che spargi nelle tue vesti suscitano nel cuore dei
poeti l'immagine d'un balletto di fiori.

Quegli abiti folli sono l'emblema del tuo spirito screziato: folle che mi
rende folle, io t'odio nella misura che t'amo.

A volte in un bel giardino ove trascinavo la mia atonìa, ho sentito
l'ironia del sole straziare il mio petto;

e se la primavera, il verde hanno tanto umiliato il mio cuore, ho
punito in un fiore l'insolenza della Natura.

Così la notte, quando scocca l'ora della voluttà, verso i tesori del tuo
corpo vorrei arrampicarmi in silenzio, come un vile:

per castigare la tua carne gioiosa, straziare il tuo seno pacificato, nel
tuo fianco stupefatto aprire una larga ferita

e, vertiginosa dolcezza, attraverso queste splendenti, bellissime
labbra, infonderti, sorella, il mio veleno.


3 - MADRIGALE TRISTE

Che m'importa che tu sia savia. Sii bella e triste! Le lagrime danno
nuovo incanto al tuo viso, come un fiume al paesaggio: il temporale
dà vita ai fiori.

T'amo soprattutto quando la gioia fugge dalla tua fronte abbattuta:
quando il tuo cuore naufraga nell'orrore; quando sul tuo presente si
dispiega la paurosa nube del passato;

quando dal tuo grande occhio scorre un'acqua calda come il sangue;
e malgrado la mia mano che ti culla, la tua angoscia, con tutto il suo
peso, strazia come rantolo d'agonizzante.

Aspiro, voluttà divina, inno profondo e delizioso, tutti i singhiozzi del
tuo petto: e mi pare che il tuo cuore s'illumini delle perle che versano
i tuoi occhi!


II

So che il tuo cuore, traboccante d'antichi amori sradicati, fiammeggia
ancora come una fucina, e che tu covi in seno qualcosa della
superbia dei dannati,

ma sintanto, mia cara, che i tuoi sogni non saranno il riflesso
dell'inferno, e che in un incubo incessante, sognando di veleni e di
spade, innamorata di polvere e di ferro,
non aprendo che con timore a tutti, vedendo ovunque sventura,
spasimando al sonare dell'ora, non avrai sentito la stretta del
Disgusto irresistibile,

non potrai, schiava regina che m'ami, con paura, dirmi, nella torbida
notte, l'anima piena di gridi: "Eccomi, mio Signore, sono pari a te."

 


 

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