KARIN BOYE

Poetessa e scrittrice svedese tra le più apprezzate di questo secolo, nacque a Göteborg nel 1900 e morì suicida nel 1941 ad Alingsas. Esordì nel 1922 con la raccolta Möln (Nuvole) seguita da Gomda land (Terre nascoste), 1924; Hardarna (I focolari), 1927; For tradez skull (Per l'albero), 1935. A caratterizzare queste liriche sono un senso mitico della natura e un atteggiamento estatico da parte dell'autrice. Negli anni Trenta partecipò al movimento socialista legato alla rivista di Henry Barbusse : Clartè» e si interessò a Freud e alla psicoanalisi animando la rivista Spektrum». Tra le opere in prosa, il romanzo autobiografico Kris (Crisi), 1934, e quello di fantascienza Kallocain, 1940, considerato il suo capolavoro.

 


COME POSSO DIRE…

Come posso dire se la tua voce è bella.
So soltanto che mi penetra
e mi fa tremare come una foglia
e mi lacera e mi dirompe.

Cosa so della tua pelle e delle tue membra.
Mi scuote soltanto che sono tue,
così che per me non c'è sonno né riposo,
finché non saranno mie.

 


SEI LA MIA CONSOLAZIONE PIU’ PURA

Sei la mia consolazione più pura,
sei il mio più fermo rifugio,
tu sei il meglio che ho
perchè niente fa male come te.

No, niente fa male come te.
Bruci come ghiaccio e fuoco,
tagli come acciaio la mia anima -
tu sei il meglio che ho.

 


L’ATTIMO

Nessun cielo di una notte d’estate senza respiro
Giunge così profondo nell’eternità,
nessun lago, quando le nebbie si diradano,
riflette una calma simile
come l’attimo –

  quando i confini della solitudine si cancellano
e gli occhi diventano trasparenti
e le voci diventano semplici come venti
e niente c’è più da nascondere.
Come posso ora aver paura?
Io non ti perderò mai

 


SPIEGAZIONE



Immersa nella tua bellezza
vedo spiegata la vita
e la soluzione dell'enigma oscuro
svelata.

Immersa nella tua bellezza
voglio pregare.
Il mondo è santo
perché tu esisti.


Senza respiro per chiarezza
annegata nella luce,
volevo morire vicina a te,
immersa nella tua bellezza.

 


CERTO CHE FA MALE



Certo che fa male, quando i boccioli si rompono.
Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?
Perché tutta la nostra bruciante nostalgia
dovrebbe rimanere avvinta nel gelido pallore amaro?
Involucro fu il bocciolo, tutto l’inverno.
Cosa di nuovo ora consuma e spinge?
Certo che fa male, quando i boccioli si rompono,
male a ciò che cresce
male a ciò che racchiude.

Certo che è difficile quando le gocce cadono.
Tremano d’inquietudine pesanti, stanno sospese
si aggrappano al piccolo ramo si gonfiano, scivolano
il peso le trascina e provano ad aggrapparsi.
Difficile essere incerti, timorosi e divisi,
difficile sentire il profondo che trae, che chiama
e lì restare ancora e tremare soltanto
difficile voler stare
e volere cadere.

Allora, quando più niente aiuta
si rompono esultando i boccioli dell’albero,
allora, quando il timore non più trattiene,
cadono scintillando le gocce dal piccolo ramo,
dimenticano la vecchia paura del nuovo
dimenticano l’apprensione del viaggio -
conoscono in un attimo la più grande serenità
riposano in quella fiducia
che crea il mondo.

 

 


RICORDO

Quieta voglio ringraziare il mio destino:
mai ti perdo del tutto
Come una perla cresce nella conchiglia,
così dentro di me
germoglia dolcemente il tuo essere bagnato di rugiada.
Se infine un giorno ti dimenticassi –
allora sarai tu sangue del mio sangue
allora sarai tu una cosa sola con me -
lo vogliano gli dei

 


SENTO I TUOI PASSI NELLA SALA…

  Sento i  tuoi passi nella sala,
sento in ogni nervo i tuoi rapidi passi
che nessuno nota altrimenti.
Intorno a me soffia un vento di fuoco.
Sento i tuoi passi, i tuoi amati passi,
e l'anima fa male.
Cammini lontano nella sala,
ma l'aria ondeggia dei tuoi passi
e canta come canta il mare.
Ascolto, prigioniera dell'oppressione che consuma.
Nel ritmo del tuo ritmo, nel tempo del tuo tempo
batte il mio polso nella fame.

 


CONFESSIONE

  Non sono nata per fare la ribelle
Eppure sono costretta ad esserlo.
Perché il mio destino non è mio soltanto?
Perché mi abbarbico in esso?
Oppure, se ora devo battermi,
perché accade con dolore?
Perché non a suon di musica,
quando infine sono costretta ad osare?

Sangue del mio sangue, voi che mi avete giudicato duramente
E mi avete ripudiato nella vergogna,
sapevo bene, quando sono stata respinta,
che avevo violato un tutto,
sentivo una comunione santa
dietro le parole di condanna,
sapevo con angoscia: voi siete io –
e m’inchinavo.

Ma dov’ero e mi credevo muta,
udivo gemere la tenebra.
Anime dal luogo delle stesse sofferenze
Respiravano al mio fianco.
Udivo il mio stesso grido d’aiuto
Alzarsi dai deserti più assoluti,
sapevo con angoscia: io sono voi –
e non potevo tacere.

Vile, vile, tre volte vile
Devo però combattere,
cadere a terra e rialzarmi
con tutti i miei nervi in pezzi,
devo sentire come ferro rovente
i giudizi di chi è inesorabile –
e seguire e seguire un fuoco bruciante,
che fiorisce nella tenebra

 


 

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