Alda Merini
Nata a Milano il 21 marzo
1931. Ha
esordito a soli sedici anni sotto la guida di Angelo Romanò e Giacinto
Spagnoletti . La sua prima raccolta di poesie è "La
presenza di Orfeo", pubblicata da Schwarz nel 1953 ottenendo un
notevole numero di consensi. Si sono occupati della sua opera tra gli altri
Oreste Macrì , David Maria Turoldo, Salvatore Quasimodo, Pier Paolo Pasolini,
Carlo Betocchi, Maria Corti, Giovanni Roboni. Nel 1947
venne internata per un mese a Villa Turro. Dal 1951 al 1965 pubblicò “La
presenza di Orfeo”, “Paura di Dio”, “Nozze Romane”, “Tu sei Pietro”.
Nel 1965 iniziò il triste periodo degli internamenti al Paolo Pini, che si
protrassero fino al 1972, quando
la Merini
ritornò a scrivere sulla sconvolgente esperienza manicomiale. Nel 1981 muore,
dopo penosa malattia, Ettore Carniti che aveva sposato nel 1953 e da cui ha
avuto quattro figli. Si unì al poeta Michele Pierri, e si trasferì a Taranto
per tre anni. In quel periodo scrisse le “Rime petrose” e “Le più
belle poesie”, le poesie de' “La gazza ladra”, finì la stesura
di “L'altra verità” e “Diario di una diversa”. Nel 1986
ritornò al Nord dopo avere provato l'esperienza di un ospedale psichiatrico a
Taranto. Pubblicò L'altra verità. Seguirono “Fogli bianchi” (1987),
“Testamento” (1988), “Delirio amoroso”, “Il tormento
delle figure”,”Le parole di Alda Merini”, “Vuoto
d'amore”. "L' altra verità " è il primo libro di prosa (Scheiwiller,
1986) e ad esso sono seguiti altri, tra cui "Delirio amoroso". Nel 1993 è pubblicato il volumetto " Aforismi"
con fotografie di Giuliano Grittini ed inoltre le viene assegnato il Premio
Librex - Guggenheim" Eugenio Montale" per la poesia. E' stata inoltre
proposta dall' Accademia Francese per il Premio Nobel per
la Poesia.
Ne
l 1994 è stato pubblicato da l'Incisione di Corbetta il volume "Sogno e Poesia" con 20 incisioni di 20 artisti contemporanei.
Nel 1995 sono apparsi il volume " La Pazza della porta accanto" e ,
successivamente, nel 1996 " La vita
facile " con il quale le è stato attribuito il Premio Viareggio del
1996. Nel 1997 Maria Corti, ha pubblicato un' antologia del lavoro di Alda
merini, dal titolo " Fiore di Poesia
" , 1951 - 1997. La sua produzione letteraria continua ancora oggi…
Spazio
spazio, io voglio, tanto spazio
per
dolcissima muovermi ferita:
voglio
spazio per cantare crescere
errare
e saltare il fosso
della
divina sapienza.
Spazio
datemi spazio
ch’io
lanci un urlo inumano,
quell’urlo
di silenzio negli anni
che
ho toccato con mano.
Paura
dei tuoi occhi,
di
quel vertice puro
entro
cui batte il pensiero.
paura
del tuo sguardo
nascosto
velluto d’algebra
col
qual mi percorri,
paura
delle tue mani
calamite
leggere
che
chiedono linfa,
paura
dei tuoi ginocchi
che
premono il mio grembo
e
poi ancora paura
sempre
sempre paura,
finché
il mare sommerse
questa
mia debole carne
e
io giaccio sfinita
su
te che diventi spiaggia
e
io che divento onda
che
tu percuoti e percuoti
con
il tuo remo d’Amore.
La
luna geme sui fondali del mare,
o
Dio quanta morta paura
di
queste siepi terrene,
o
quanti sguardi attoniti
che
salgono dal buio
a
ghermirti nell’anima ferita.
La
luna grava su tutto il nostro io
e
anche quando sei prossima alla fine
senti
odore di luna
sempre
sui cespugli martoriati
dai
mantici
dalle
parodie del destino.
Io
sono nata zingara,
non ho posto fisso nel mondo,
ma
forse al chiaro di luna
mi
fermerò il tuo momento,
quanto
basti per darti
un
unico bacio d’amore.
Le
più belle poesie
si scrivono sopra le pietre
coi ginocchi piagati
e le menti aguzzate dal mistero.
Le più belle poesie si scrivono
davanti a un altare vuoto,
accerchiati da agenti
della divina follia.
Così, pazzo criminale qual sei
tu detti versi all'umanità,
i versi della riscossa
e le bibliche profezie
e sei fratello di Giona.
Ma nella Terra Promessa
dove germinano i pomi d'oro
e l'albero della conoscenza
Dio non è mai disceso né ti ha mai maledetto.
Ma tu sì, maledici
ora per ora il tuo canto
perché sei sceso nel limbo,
dove aspiri l'assenzio
di una sopravvivenza negata
I
miei poveri versi
non
sono belle, millantate parole,
non
sono afrodisiaci folli
da
ammannire ai potenti
e
a chi voglia blandire la sua sete.
I
miei poveri versi
sono
brandelli di carne
nera
disfatta chiusa,
e
saltano agli occhi impetuosi;
sono
orgogliosa della mia bellezza;
quando
l’anima è satura dentro
di
amarezza e dolore
diventa
diventa
incredibilmente bella
e
potente soprattutto.
Di
questa potenza io sono orgogliosa
ma
non d’altre disfatte;
perciò
tu che mi leggi
fermo
ad un tavolino di caffè,
tu
che passi le giornate sui libri
a
cincischiare la noia
e
ti senti maestro di critica,
tendi
il tuo arco
al
cuore di una donna perduta.
Li
mi raggiungerai in pieno.
Lascio
a te queste impronte sulla terra
tenere
dolci, che si possa dire:
qui
è passata una gemma o una tempesta,
una
donna che avida di dire
disse
cose notturne e delicate,
una
donna che non fu mai amata.
Qui
passò forse una furiosa bestia
avida
sete che dette tempesta
alla
terra, a ogni clima, al firmamento,
ma
qui passò soltanto il mio tormento.
Sono
nata il ventuno a primavera
ma
non sapevo che nascere folle,
aprire
le zolle
potesse
scatenar tempesta.
Così
Proserpina lieve
vede
piovere sulle erbe,
sui
grossi frumenti gentili
e
piange sempre la sera.
Forse
è la sua preghiera.
Le
tue mani sono grandi ventose
fanno
si che la mia carne diventa doppia
e
tripla. Il sasso del tuo sguardo
è
caduto nelle acque dell’immaginazione di dio:
si
indigna del nostro piacere e sconvolgiamo
la
terra,
dibattendoci
come due rettili infami
mentre
perdiamo l’anima.
Ieri
sera era amore,
io
e te nella vita
fuggitivi
e fuggiaschi
con
un bacio e una bocca
come
in un quadro astratto:
io
e te innamorati
stupendamente
accanto.
Io
ti ho gemmato e l’ho detto;
ma
questa mia emozione
si
è spenta nelle parole.
Occorre
un amore grande
per
viverti accanto, amor mio,
e
cavalcare un destino
che
è come un puledro avverso,
come
una macchina astrusa.
E
tu vorresti scendere,
guardare
pascoli azzurri
e
invece il destino bizzarro
sbatacchia
le povere ali
e
immiserisce l’amore.
Così,
quando è sera,
né
so cosa tu mi puoi dare,
né
sai cos’io voglia dire.
Ho
conosciuto in te le meraviglie
meraviglie
d’amore sì scoperte
che
parevano a me delle conchiglie
ove
odorano il mare e le deserte
spiagge
corrive e lì dentro l’amore
mi
son persa come alla bufera
sempre
tenendo fermo questo cuore
che
(ben sapevo) amava una chimera.
Vorrei
poter suonare quei violini
che
solo a notte adeguano le stelle
e
dirti che così vicini
possiamo
amare tante cose belle;
ma
tu ti rifugi nel silenzio
delle
tue stanze e non odi oscuro
questa
divina musica lontana
che
sì mi batte in cor tanto sovrana
che
mi fa meraviglia delle stelle
(a te ho dato le cose mie più belle).
Ascolto
il passo breve delle cose
-assai
più breve delle tue finestre –
quel
respiro che esce dal tuo sguardo
chiama
un nome immediato: la tua donna.
E’
fatta di ombra e ciclamini,
ti
chiede il tuo mistero
e
tu non lo sai dare.
Con
le mani
sfiori
profili di una lunga serie di segni
che
si chiamano rime.
Sotto,
credi,
c’è
presenza vera di foglie;
un
incredibile cammino
che
diventa una meta di coraggio.
A
me piacciono gli anfratti bui
delle
osterie dormienti,
dove
la gente culmina nell’eccesso del canto,
a
me piacciono le cose bestemmiate e leggere,
e
i calici di vino profondi,
dove
la mente esulta,
livello
di magico pensiero.
Troppo
sciocco è piangere sopra un amore perduto
malvissuto
e scostante,
meglio
l’acre vapore del vino
indenne,
meglio
l’ubriacatura del genio,
meglio
sì meglio
l’indagine
sorda delle scorrevolezze di vite;
io
amo le osterie
che
parlano il linguaggio sottile della lingua di Bacco,
e
poi nelle osterie
ci
sta il nome di Charles
scritto
a caratteri d’oro.
Non avessi sperato in te
e nel fatto che non sei un poeta
di solo amore
tu che continui a dirmi
che verrai domani
e non capisci che per me
il
domani e' gia' passato...
(...) Riottosa a ogni tipo di amore
sei entrato tu a invadere il mio silenzio
e non so dove tu abbia visto le mie carni
per desiderarle tanto.
E non so perché tu abbia avuto il mio corpo
per poi andartene
con il grido dell'ultima morte.
Se mi avessi strappato il cuore
o tolto l'unico arto che mi fa male
o scollato le mie giunture
non avrei sofferto tanto
come quando tu un giorno insperato
mi hai tolto la pelle dell'anima.
Solo un mano d'angelo
intatta di sè, del suo amore per sè,
potrebbe
offrirmi la concavità del suo palmo
perché vi riversi il mio pianto.
La mano dell'uomo vivente
è troppo impigliata nei fili dell'oggi e dell'ieri,
è troppo ricolma di vita e di plasma di vita!
Non potrà mai la mano dell'uomo mondarsi
per il tranquillo pianto del proprio fratello!
E dunque, soltanto una mano di angelo bianco
dalle lontane radici nutrite d'eterno e d'immenso
potrebbe filtrare serena le confessioni dell'uomo
senza vibrarne sul fondo in un cenno di viva ripulsa
E
tutti noi costretti dentro
le ombre del vino
non abbiamo parole nè potere
per invogliare altri avventori.
Siamo osti senza domande
riceviamo tutti
solo che abbiano un cuore.
Siamo poeti fatti di vesti pesanti
e intime calure di bosco,
siamo contadini che portano
la terra a Venere
siamo usurai pieni di croci
siamo conventi che non hanno sangue
siamo una fede senza profeti
ma siamo poeti.
Soli come le bestie
buttati per ogni fango
senza una casa libera
nè un sasso per sentimento
Bambino,
se trovi l'aquilone della tua fantasia
legalo con l'intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati e tua madre diventà
una pianta che ti
coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe
e portino la
pace ovunque e l'ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati
nell'acqua del sentimento
Io come voi sono stata sorpresa mentre rubavo la vita,
buttata fuori dal mio desiderio d'amore.
Io come voi non sono stata ascoltata
e ho visto le sbarre del silenzio
crescermi intorno e strapparmi i capelli.
Io come voi ho pianto,
ho riso e ho sperato.
Io come voi mi sono sentita togliere
i vestiti di dosso
e quando mi hanno dato in mano
la mia vergogna
ho mangiato vergogna ogni giorno.
Io come voi ho soccorso il nemico,
ho avuto fede nei miei poveri panni
e ho domandato che cosa sia il Signore,
poi dall'idea della sua esistenza
ho tratto forza per sentire il martirio
volarmi intorno come colomba viva.
Io come voi ho consumato l'amore da sola
lontana persino dal Cristo risorto.
Ma io come voi sono tornata alla scienza
del dolore dell'uomo,
che è la scienza mia