Grazia Deledda

SULLA MONTAGNA

Una mattina d'agosto. Sull'ampio cielo, chiuso dalle linee sottili e frastagliate delle montagne, rese turchine dalla lontananza, passano grandi nuvole cenerine, come mandre di nebbia, che svaniscono sui lembi ancora limpidi d'azzurro. Siamo sul sentiero che mena alla montagna, prima di arrivare ai boschi. Nella notte ha piovuto: il terreno umido, ma senza fango, ha preso dei toni oscuri color tabacco; è attraversato da solchi serpeggianti lasciati dai rigagnoli, e da linee di pietruzze che sembrano di lavagna. Grandi massi di granito, nudi, bruciati dal sole, chiudono il sentiero. Nessun albero ancora: solo grandi macchie di lentischio, e campi di felci dalle foglie dentellate, ingiallite dal sole ardente. La gente sale lentamente il sentiero, a gruppi, o sparpagliata. E si sale, si sale sempre: sotto quel cielo cinereo, nella luce opaca che vi scende, nessuna cosa, nessun colore ha una sfumatura, un luccichio; tutte le gradazioni sono distinte, tutti i profili sono nettamente disegnati: solo una piccola chiesa bianca, alle falde del monte, pare che mandi delle ombre chiare intorno intorno. Entriamo nel bosco: è un bosco di elci secolari, grandissimi, che ergono al cielo le loro chiome maestose, lussureggianti di verzura, con un susurro che pare mormori una sfida a tutti gli elementi, dalla procella furiosa dell'inverno al sole di fuoco dell'estate. Ciò che ci colpisce vivamente all'entrata del bosco è l'inebriante profumo che prima ci veniva leggero con la brezza: è un profumo forte, quasi acre, come di fieno o di polvere bagnata. Certi sbuffi paiono di sigaro, di caffè versato sul fuoco, di vernice umida: certi altri sono invece dolcissimi, come d'incenso e di mirra bruciati. Ora i grandi massi di granito sono rivestiti da un mantello di muschio e le felci sono verdi, e un ruscello passa fra i giunchi, serpeggiante, come una trina di meandri verdognoli; ora il terreno è coperto da alte erbe e da radici muscose di alberi. L'orizzonte è tutto là, rinchiuso dal bosco, ove la luce piove dall'alto, come una penombra bianca, e le gocce d'acqua tremolanti su tutte le cose hanno un bizzarro scintillio, ma fuggente, ma cupo, come fossero di bronzo. Finalmente si è in cima! Sempre bosco: però la chiesetta, che è la nostra meta, non è fra gli alberi, ma su un terreno arido, sparso di pietre, di felci, di fieno secco e macchie di lentischio. Davanti alla chiesa, in basso, vi è una casetta bianca, e dietro il bosco. In fondo, all'ultimo limite dell'orizzonte, quasi velata dall'immensa lontananza, una linea pura, disegnata sul confine del cielo; una linea che azzurreggia mollemente col suo colore glauco senza riflessi. È il Mediterraneo! Il sole brilla di tanto in tanto negli squarci del mantello di nuvole che copre il cielo e getta un bagliore d'oro su tutte le cose, un rapido luccichio che pare un lampo. Entriamo in chiesa: è una povera chiesetta col pavimento polveroso, con le pareti polverose, avvolta in una triste penombra cenerognola nella quale si disegna il cerchio di luce rossastra che getta una lampada ad olio. Lassù la Madonnina bruna bruna sorride tra i fiori vecchi, dietro un vetro reso opaco dal chiaroscuro: sulla parete è dipinta una tenda, e fiori dai colori e dal disegno sbiaditi. C'è un'ombra vagolante in un angolo: è quella di un vecchio, un poveretto dalle gambe lunghe lunghe, col dorso ricurvo; un corpo che vive in equilibrio, ricoperto di poveri abiti grigi. Siamo in una cumbissia (così si chiamano le stanzette terrene che circondano la chiesa). La stanza è lunga, irregolare, bianca. Un pezzo di grossa tela ingiallita sta inchiodato al finestrino, perché non penetri il vento: la luce è scialba, fumosa, pregna degli odori caldi delle vivande: si pranza. Di solito si pranza sempre fuori, al fresco degli alberi; ma questa volta, poiché minaccia di piovere, si è apparecchiata la "tavola" dentro. Le tovaglie sono stese per terra; i piatti scintillano come se contenessero acqua; il vino tremola e rosseggia nei bicchieri, nelle bottiglie di vetro. Nel pomeriggio si balla. Il cielo è ancora cinereo, la brezza fresca passa sugli alberi, che si scuotono con un fruscio d'acqua scrosciante. Intorno intorno stanno legati, ai tronchi, cavalli di tinte diverse, dal nero al color caffè e latte: cavalli alti ed eleganti e ronzini dagli occhi di ciuco, semichiusi e melanconici. Un giovine, semisdraiato fra due pietre, suona una fisarmonica dalle note stridenti, tristi od allegre secondo i passi. Ci sono gruppi di signori e signorini e gruppi di paesane con la bocca schiusa al sorriso; e una fila di signore e signorine dalle alte pettinature; un arcobaleno di vestiti, costumi, scialletti avvolti intorno alla vita. E si ritorna. Dalla cima della montagna scendono le ultime note della fisarmonica, mentre l'eco triste ripete il cupo brontolio dei tuoni lontani. Fra gli squarci del bosco si vedono le cime delle montagne che chiudono l'orizzonte, flagellate da lampi rossi che s'incrociano come lame di spade di fuoco. Piove: eppure tutto è bello così, perché velato come da una garza d'argento: sembra un paesaggio lontano di cui non si distinguano bene che le more nere luccicanti tra i rovi, e le foglie delle felci che paiono di vetro giallo. La pioggia passa, le nuvole si sciolgono, grandi nembi di cielo azzurro illuminano l'atmosfera. E viene il crepuscolo con le sue ombre cineree: nella valle brillano i fuochi di lontani pastori, e sul cielo, ove al raggio del sole sparvero le nubi, appaiono le prime stelle della sera. I cavalli scendono galoppando dalla montagna e spariscono giù come macchie brune. I grilli mandano il loro primo stridìo dal ritmo monotono, e i massi, gli alberi, le macchie di lentischio assumono nell'ombra strane forme nebbiose, d'immensi fantasmi, di rovine, di giganteschi nuraghes, di torri nere e misteriose. Siamo scese: ci sediamo stanche e silenziose, ravvolte nei nostri scialli e guardiamo la montagna, la valle, l'orizzonte. Il cielo è limpido, la terra bruna, e su tutte le cose regnano i primi silenzi della notte.


 

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