Hermann Hesse

PELLEGRINAGGIO D'AUTUNNO 1905

Traversata del lago

Serata molto fresca, umida, inospitale, precocemente buia. Ero sceso dalla montagna giù per uno stradellino ripido, in parte argilloso e incassato tra due pareti, e adesso mi trovavo, da solo, sulla riva del lago, tremando dal freddo. Da oltre i colli giungevano fumi di nebbia, la pioggia si era esaurita e, ormai cadevano soltanto poche gocce, deboli e scacciate dal vento.

Sulla spiaggia c'era una barca dalla cinghia piatta che, per metà, era stata tirata sulla ghiaia. Era in buone condizioni, pitturata di fresco senza acqua sul fondo; i remi parevano nuovissimi. Accanto si trovava una capanna di tavole d'abete, aperta e vuota. Allo stipite della porta era appeso un vecchio corno d'ottone, legato con una catenella. Vi soffiai. Ne uscì un suono duro e stizzoso, che si diffuse pigramente. Soffiai di nuovo, più a lungo e più forte. Poi mi sedetti sulla barca, in attesa che giungesse qualcuno. Il lago era solo leggermente mosso. Onde piccolissime sbattevano contro le esili pareti della barca, producendo in debole sciacquio. Avevo un pò freddo, e mi avvolsi nel mio ampio mantello, umido di pioggia; mi infilai le mani sotto le ascelle e mi misi ad osservare la superfice del lago. In mezzo al lago spuntava un'isoletta che, a giudicare dall'aspetto, era solo uno scoglio imponente, nerastra sull'acqua plumbea. Vi avrei fatto costruire, se fosse stata mia, una torre a pianta quadrata, con poche stanze. Una camera da letto, un salotto, un soggiorno e una biblioteca. Poi vi avrei insediato un guardiano che tenesse tutto in ordine e, ogni notte, accendesse una luce nella stanza più alta. Io, però, avrei continuato a viaggiare, sapendo che in ogni momento mi avrebbe atteso un rifugio, una dimora. Nelle città lontane avrei raccontato alle giovinette della mia torre nel lago. <<C'è anche un giardino?>>, mi avrebbe forse chiesto una di loro. E io:<<Non lo so più, è tanto che non ci torno. Ci andiamo insieme?>>. Lei avrebbe riso e, d'un tratto, i suoi occhi castano chiaro avrebbero cambiato sguardo. Poteva anche essere che i suoi occhi fossero azzurri o neri, e viso e collo bruni, e il suo vestito rosso scuro con guarnizioni di pelliccia. Se solo non avesse fatto così freddo! In me cresceva a vista d'occhio un senso di fastidio.

Che m'importa di quella nera isola rocciosa? E' ridicolmente piccola, poco più di uno starco di uccello; sarebbe impossibile costruirgli alcunchè. E da che pro , inoltre? E che m'importa se una giovinetta di mia invenzione, alla quale, se esistesse davvero, mostrerei la mia torre-castello, nel caso in cui ne avessi una... che m'importa, dicevo, se tale giovinetta è bionda o bruna e se il suo abito ha guarnizioni di pelliccia o di pizzo o la solita passamaneria? Sarebbe come dire la passamaneria non mi basta? Dio me ne guardi! E rinunciai alle guarnizioni di pelliccia. alla torre e all'isola, solo per amore della pace. Il mio senso di disagio cancellò bisbeticamente quelle immagini, tacque e crebbe invece di diminuire. <<Scusa>> mi chiese dopo un pò,<<che ci fai seduto qui, in un luogo sconosciuto, su una spiaggia fradicia, a morire di freddo?>> Proprio allora si udì uno scricchiolio sulla ghiaia, e una voce profonda mi chiamò. Era il vecchio barcaiolo. <<E' tanto che aspetta?>> , mi domandò mentre lo aiutavo a spingere la barca in acqua. <<Abbastanza, mi sembra. Andiamo!>> Prendemmo due paia di remi, ci staccamo da riva, ci girammo e provammo il ritmo; poi ci mettemo a remare in silenzio, vogorosamente. Con il calore che mi pervadeva le membra, e con quel movimento agile e ritmico, si fece strada in me uno spirito nuovo, che pose rapidamente fine al mio gelido e pigro malumore. Il barcaiolo aveva la barba grigia, era alto e magro. Lo conoscevo; anni prima mi aveva traghettato diverse volte, ma lui non mi riconobbe. Dovemmo remare per un mezz'ora e, durante la traversta, si fece completamente notte. A ogni colpo, il mio remo sinistro urtava lo scalmo, emettendo un rugginoso cigolio; a poppa le deboli onde s'infrangevano irregolari contro il fondo della barca, con un rumore sordo. Io mi ero tolto prima il mantello e poi anche la giacca, appoggiandoli accanto a me; quando ci avvicinammo all'altra riva, ero già leggermente sudato. Le luci della spiaggia giocavano sull'acqua scura, vi balzavano sussultando in linee spezzate e abbagliavano più di quanto non illuminassero. Toccammo terra, e il barcaiolo lanciò la corda della sua barca intorno ad un palo robusto. Dall'androne nero uscì il doganiere, con una lanterna. Detti al barcaiolo il suo magro compenso, lasciai che il doganiere mi fiutasse il mantello e mi tirai giù le maniche della camicia, sotto la giacca. Al momento di andarmene mi tornò in mente il nome del barcaiolo. <<Buona notte, Hans Leutwin>>, gli gridai allontanandomi, mentre lui, con una mano davanti agli occhi, mi seguiva con lo sguardo, stupefatto e borbottando qualcosa.


Al leone d'oro

Il mio viaggio di piacere cominciò soltanto nella vecchia cittadina dove, giungendo dalla sponda del lago, entrai attraverso un'alta porta ad arco. Anni addietro avevo abitato per un certo tempo in quella zona, vivendo esperienze dolci ed amare delle quali, qua e là, speravo di incontrare ancora un'eco. Una passeggiata per le strade notturne, scarsamente partecipi della luce delle finestre, davanti a vecchi frontoni e scale e balconi chiusi. Nella Maiengasse, stretta e curva, un oleandro davanti a un'antiquata casa signorile mi inchiodò sul posto, con un fiotto di ricordi. Ebbero lo stesso effetto una panchina davanti a un'altra casa, l'insegna di un'osteria, il palo di un lampione: ero stupefatto di quante cose, da tempo dimenticate, fossero in realtà tutt'altro che dimenticate. Erano dieci anni che non vedevo quel paesino, ma all'improvviso ebbi nuovamente presenti tutte le storie di quella mirabile giovinezza. Arrivai anche davanti al castello, che si ergeva ardito e ascoso nella piovosa notte autunnale, coi suoi torrioni neri e poche finestre, rosse e quadrate. Allora, quand'ero ragazzino, era raro che vi passassi davanti senza immaginarmi, nella camera più alta della torre, la figlia di un conte, sola e in lacrime; scivolavo allora con mantello e scala di corda su quelle mura vertiginose, fino alla sua finestra. <<Mio salvatore>>, balbettava lei, in preda a un lieto spavento. <<Semmai suo servitore>>, rispondevo con un inchino. Poi, con la massima cautela, la portavo giù per quella scala spaventosamente oscillante.., un grido, si spezzava la corda... e io mi ritrovavo nel fossato con una gamba rotta mentre la bella, accanto a me, si torceva le sue mani affusolate. <<Mio Dio, e ora? Come posso aiutarla?>> <<Si metta in salvo, nobile signora, un servo fedele l'attende al portone posteriore.>> <<Ma lei?>> <<Una sciocchezzuola, non se ne dia pena! Rimpiango soltanto di non poterla accompagnare ancora, per oggi.>>Nel frattempo il castello era stato devastato da un incendio, lo sapevo dai giornali; eppure, almeno di notte, non ce n'era traccia, pareva tutto come prima. Rimasi un po' ad osservare la sagoma di quel vecchio edificio, poi svoltai nel primo vicolo. E anche là l' insegna di una rispettabile locanda recava sempre il vecchio, grottesco leone di latta. Decisi di entrare, alla ricerca di un asilo per la notte. Dall'ampio portale mi si fece incontro un chiasso violento: musica, grida, andirivieni della servitù, risa e gozzoviglie; nel cortile si trovavano carri ai quali erano stati tolti i finimenti per appendervi, invece, corone e ghirlande di rami d'abete e fiori di carta. Entrando trovai che la sala, il salone e persino la stanza attigua erano occupati da una lieta brigata che festeggiava un matrimonio. Non era certo possibile consumare una cenetta tranquilla, lasciarsi beatamente assalire dai ricordi davanti a un bicchiere di vino, nella solitudine di quell'ora crepuscolare e, men che mai, andarsene pacificamente a letto, di buon'ora. Mentre aprivo la porta della sala, mi passò fulmineo tra le gambe un cagnolino che era stato rinchiuso fuori, uno Spitzer nero, che si precipitò abbaiando di gioia verso il suo padrone, tra i tavoli: l'aveva scorto all' istante perché era in piedi, e stava tenendo una concione. <<...e cosi, egregi signori!>>, stava gridando rosso in volto e a voce eccessivamente alta, quando il cagnolino gli fu addosso come una furia, abbaiando allegramente e interrompendo il suo discorso. Si incrociarono risa e parole di scherno, l'oratore dovette riportare fuori il cane, gli egregi signori sogghignavano, felici del male altrui, e bevevano alla salute. Io mi feci da parte e, quando il padrone del cagnolino fu di nuovo al suo posto ed ebbe ripreso il suo discorso, avevo già raggiunto la stanza attigua, mi ero tolto cappello e mantello e mi ero seduto all'estremità di un tavolo. Quel giorno non mancavano certo manicaretti. Mentre mi davo da fare intorno all'arrosto di montone, il mio vicino di tavolo mi fornì le notizie essenziali sulle nozze. Non conoscevo la coppia, ma conoscevo un gran numero di invitati: volti che anni addietro mi erano familiari e che adesso mi circondavano, al chiarore dei lumi, alcuni già mezzi ubriachi, tutti cambiati e invecchiati, chi più e chi meno. Rividi un bel ragazzo dagli occhi seri, magro e con un bel taglio di capelli.., adulto, ridente, baffuto, sigaro in bocca; e altri giovinetti d'allora, che avrebbero dato la vita per un bacio e il mondo per una pazzia, sfoggiavano adesso i loro favoriti e, con la moglie appresso, discutevano animatamente, da bravi borghesi, sul prezzo dei terreni e sulle modifiche apportate all'orario ferroviario. Tutto era cambiato eppure incredibilmente riconoscibile; e con mia grande gioia le cose meno cambiate erano proprio l'osteria e quel buon vino bianco. Scendeva ancora come allora, aspro e allegro brillava giallo nel suo basso bicchiere e risvegliava in me la sopita memoria di numerose notti e scherzi da osteria. Io però non fui riconosciuto da nessuno; me ne stavo seduto in quella baraonda e prendevo parte alla conversazione come avrebbe fatto un forestiero capitatoci per caso. Verso mezzanotte, quando anch'io avevo bevuto un bicchiere o due di troppo, ci fu una lite. Cominciò per una bagatella, che il giorno dopo avevo già dimenticato; volarono parole di fuoco e tre, quattro uomini semiubriachi presero a sbraitare contro di me. Allora ne ebbi abbastanza, e mi alzai in piedi. <<Grazie, signori, non ho nessuna voglia di fare a botte. Inoltre il signore non dovrebbe scaldarsi tanto inutilmente, visto che soffre di mal di fegato.>> <<Come fa a saperlo?>>, esclamò quello, ancora brusco, ma sorpreso. <<Lo vedo, sono medico. Lei ha quarantacinque anni, vero?>> <<Vero.>> <<E circa dieci anni fa ha avuto una grave malattia polmonare?>> <<Signore Iddio, è vero. Da che cosa lo vede?>> <<Occorre avere un occhio esercitato. Buona notte, signori!>> Salutarono tutti molto cortesemente e quello che aveva il mal di fegato mi fece addirittura un inchino. Avrei potuto dirgli anche nome e cognome suoi e di sua moglie, infatti lo conoscevo bene e avevo trascorso diverse serate a chiacchierare con lui. In camera mi lavai il viso, che avevo accaldato, guardai dalla finestra il pallido lago, oltre i tetti, e me ne andai a letto. Udii ancora per un po' il chiasso della festa, che lentamente diminuiva; poi fui vinto dalla stanchezza e dormii fino al mattino.


Temporale

Quando, la mattina seguente, mi disposi a proseguire il viaggio, non certo di buon'ora, nel cielo burrascoso veleggiavano nastri di nubi sfrangiate, grigie e lilla, e mi accolse un forte vento. Fui presto sul crinale della collina e vidi sotto di me la cittadina, il castello, la chiesa e il piccolo imbarcadero, addossati l'uno all'altro sulla riva, simili a giocattoli. Mi tornarono in mente alcune storie divertenti dei tempi in cui abitavo in quella zona, e scoppiai a ridere. Ne avevo bisogno perché, quanto più mi avvicinavo alla meta del mio viaggio, tanto più mi sentivo oppresso e avvertivo una stretta intorno al cuore, anche se non volevo ammetterlo. Mi fece bene camminare in quell'aria fresca e sibilante. Ascoltavo il vento impetuoso e, mentre procedevo sul sentiero di cresta, vedevo con crescente piacere che il paesaggio si faceva più vasto e possente. Il cielo si andava schiarendo, a partire da nordest: laggiù la vista era libera e si potevano vedere lunghe catene di montagne, disposte in modo meravigliosamente regolare. Man mano che salivo, il vento aumentava. Cantava una melodia autunnale, con gemiti e risa, accennando a passioni favolose accanto alle quali le nostre non erano altro che bambinate. Mi gridava all'orecchio parole mai udite, di un mondo primigenio, come nomi di dei antichi. Dipingeva su tutto il cielo, coi rimasugli delle nuvole erranti, strisce parallele che contenevano qualcosa di dominato a stento e sotto le quali i monti parevano incurvarsi. Davanti al mugghiare dei venti e alla vista di quel vasto paesaggio montuoso, la lieve oppressione che incombeva sulla mia anima scomparve. Da quando, agli occhi miei, strada e clima si erano riempiti di vita, il fatto che mi stessi avvicinando a un incontro con la mia gioventù e a una cerchia di stimoli ancora ignoti non era più così importante ed esclusivo. Poco dopo mezzogiorno mi fermai a riposare nel punto più alto di quel sentiero d'altura, mentre il mio sguardo volava sull'immenso paesaggio che si estendeva intorno a me, perlustrandolo commosso. C'erano montagne verdi e, più lontano, montagne azzurre coperte di boschi e gialle montagne rocciose, colline dalle mille pieghe e, dietro ancora, il monte più alto, con pinnacoli scoscesi e pallide piramidi di neve. Ai miei piedi, in tutta la sua estensione, il grande lago, azzurro come il mare e punteggiato dalla schiuma bianca delle onde, con due vele solitarie e fugaci, che scivolavano curve; sulle sponde verdi e marroni gialli vigneti fiammeggianti, boschi variopinti, bianche strade maestre, villaggi di contadini tra alberi da frutto, villaggi di pescatori, più spogli, città turrite, chiare e scure. Sopra tutto, a spazzar via quelle nuvole grigiastre, tra brandelli di un cielo limpidissimo, pervaso da una luce verde azzurro e opalescente, raggi di sole disposti a mo' di ventaglio sulle nubi. Tutto mosso, anche le catene montuose parevano correre avanti, e così le cime alpine, irregolarmente illuminate, scoscese e discontinue. Con la burrasca e le nuvole, anche i miei sentimenti e desideri si dispersero febbrili e violenti per quel vasto paesaggio, abbracciando lontani pinnacoli innevati e posando fugaci su verdi insenature lacustri. La mia anima fu assalita dalle note, seducenti sensazioni di ogni vagabondaggio, fuggenti e variopinte come l'ombra di una nube: rimpianto per quanto si è perduto, brevità della vita e pienezza del mondo, mancanza di una patria e ricerca della patria, alternate a una fluente sensazione di totale distacco da spazio e tempo. Lentamente trascorsero i flutti, cessarono di cantare e spumeggiare, e il mio cuore si placò e riposò immobile, come un uccello ad alta quota. Poi vidi, sorridendo e con rinnovato calore, le curve delle strade, le cime tondeggianti coperte di boschi e i campanili di dintorni a me familiari: era la terra dei begli anni della mia giovinezza a guardarmi, immutata, con gli stessi occhi di allora. Come un soldato cerca di ripercorrere sulla carta la sua campagna militare, riscaldato dalla commozione quanto da una sensazione di familiarità, così io leggevo in quel paesaggio dai colori autunnali la storia di molte meravigliose follie nonché la storia, ormai quasi trasfigurata in leggenda, di un amore che fu.


Ricordi

Consumai il mio pranzo - pane nero, salame e formaggio - in un cantuccio tranquillo, dietro un ampio costone di roccia che mi riparava dalla tempesta. Il primo morso in un panino ripieno dopo un paio d'ore di cammino in salita, in montagna: è un vero piacere, quasi l'unico che conservi ancora quel sapore delizioso, che appaga fino a saziare, tipico delle gioie dell' infanzia. Domani, forse, raggiungerò quel punto, nel bosco di faggi, dove Julie mi dette il primo bacio. Fu durante una gita dell'associazione giovanile Konkordia, in cui ero entrato proprio per Julie. Ne uscii il giorno dopo la gita. E dopodomani forse, se mi riesce, rivedrò anche lei. Ha sposato un ricco commerciante, di nome Herschel, e credo che abbia tre figli, una dei quali le somiglia in modo sorprendente e si chiama Julie, come lei. Non so altro, ed è più che sufficiente. Ma ricordo bene come, un anno dopo la mia partenza, le scrissi da lontano, informandola che non avevo nessuna speranza di farmi una posizione e di guadagnare, per cui non mi doveva aspettare. Mi rispose che non era il caso che angustiassi inutilmente me e lei: quando fossi tornato, presto o tardi, lei ci sarebbe stata. E sei mesi dopo scrisse ancora, pregandomi di restituirle la sua libertà, per quello Herschel; nel dolore e nella collera della prima ora io non le scrissi una lettera ma, coi miei ultimi soldi, le mandai un telegramma, quattro o cinque parole di convenienza. Andarono al di là del mare, e non potei più richiamarle. E' pazza la vita! Sia stato il caso o l'ironia della sorte, o forse il coraggio della disperazione, non appena la mia felicità amorosa andò in frantumi, successo e soldi arrivarono come per magia, ottenni, quasi per gioco, quanto non avevo mai osato sperare, e tuttavia per me non aveva più valore alcuno. Il destino fa i Capricci, pensai, e coi miei compagni mi bevvi, in due giorni e due notti, una borsa piena di banconote. Ma a queste storie smisi di pensare quando, finito il pasto, gettai al vento la carta del salame ormai vuota e, avvolto nel mantello, feci la mia siesta. Preferivo pensare al mio amore di allora, alla figura e al volto di Julie, quel volto affusolato con le nobili sopracciglia e i grandi occhi bruni. E preferivo pensare a quel giorno nella faggeta, a come mi cedette, con lentezza e ritrosia, tremando ai miei baci, e infine mi baciò a sua volta e teneramente, come in sogno, mi sorrise, mentre ancora qualche lacrima le brillava sulle ciglia. Cose passate! Ma la cosa migliore non furono quei baci e neppure le passeggiate serali, o i nostri segreti. La cosa migliore era la forza che quell'amore mi dava, la forza lieta di vivere e di lottare per lei, di camminare sull'acqua e sul fuoco. Potersi buttare, per un istante, poter sacrificare degli anni per il sorriso di una donna: questa sì che è felicità, e io non l'ho perduta. Fischiettando mi alzai in piedi, e proseguii il mio cammino. Quando, oltre il crinale, la strada piegò verso valle e io fui costretto a prendere commiato dalla vista dello specchio lacustre, il sole, già vicino al tramonto, era impegnato in una lotta con pigri banchi di nuvole gialle che, lentamente, lo circondarono e lo inghiottirono. Io mi fermai a guardare, riposando, gli eventi favolosi che si susseguivano nel cielo. Dal bordo di un greve banco di nubi si irradiavano, verso l'alto e verso est, fasci di luce giallo chiaro. Repentinamente, tutto il cielo si accese d 'un rosso tendente al giallo e lo spazio fu attraversato da incandescenti strisce purpuree; contemporaneamente le montagne si tinsero di blu e, sulle sponde del lago, le canne secche e rossicce divamparono come un fuoco nella brughiera. Poi tutto il giallo scomparve .e la luce rossa si fece calda e mite e prese a giocare, celestiale, con le deliziose nuvolette portate dal vento, scorrendo in mille vene, eleganti e rosate, tra cortine di nebbia grigio opaco, il cui grigio lentamente si fondeva con il rosso, dando luogo a una tonalità di lilla indicibilmente bella. Il lago si fece blu scuro, quasi nero; si distinguevano nitidamente i contorni delle secche vicino alla riva, verde chiaro. Quando si concluse quello spasmo di colori, così bello da essere quasi doloroso, la cui infuocata fugacità, su vasti orizzonti, ha sempre un qualcosa di trascinante e ardito, mi girai verso l'interno e, con mio stupore, mi trovai davanti un fresco paesaggio vallivo, già completamente immerso nel chiarore vespertino. Sotto un alto noce, mi imbattei in un frutto dimenticato durante il raccolto, lo raccolsi e ne estrassi la noce, umida, fresca, color bruno chiaro. E quando, addentandola, ne avvertii il profumo e il gusto, così penetranti, mi colse di sorpresa un ricordo. Come un raggio di luce che, riflesso in un frammento di specchio, sia proiettato in uno spazio buio, così spesso nel mezzo del presente riluce, in modo spaventoso e inquietante, un pezzettino di vita, da tempo passato e dimenticato, acceso da un nonnulla. L'esperienza alla quale, in quell'istante, ripensavo dopo dodici anni o forse anche più, mi era penosa e cara al tempo stesso. Avevo circa quindici anni e frequentavo un ginnasio lontano dal mio paese; un giorno, in autunno, la mia mamma mi venne a trovare. Io mantenni un contegno freddo e superbo, come richiedeva il mio orgoglio di ginnasiale, e la ferii con mille piccolezze. Ripartiva il giorno seguente, ma prima venne ancora a scuola, aspettando l'intervallo. Quando sciamammo chiassosi fuori dalle aule, lei era là, modesta e sorridente, e i suoi occhi, belli e benevoli, ridevano verso di me già da lontano. Mi disturbava però la presenza dei miei compagni di classe, e così mi avvicinai a lei solo lentamente, la salutai di sfuggita e mi comportai in modo tale che dovette rinunciare alla sua intenzione di darmi un bacio di commiato e una benedizione. Mi sorrise, turbata ma forte, e all'improvviso attraversò la strada, verso la bottega di un fruttivendolo, comprò mezzo chilo di noci e mi mise in mano il sacchetto. Poi se ne andò, verso la stazione, e io la vidi scomparire dietro l'angolo della strada, con la sua antiquata borsetta di pelle. L'avevo appena persa di vista quando cominciai a pentirmi amaramente, e avrei voluto, tra le lacrime, chiederle perdono della mia stolta villania infantile. In quel momento passò uno dei miei compagni, il mio maggior rivale per quel che riguardava 'il savoir vivre. <<Le caramelle di mammà?>> mi domandò con un i sorriso malvagio. Io ritrovai subito tutto il mio orgoglio e gli offrii il sacchetto; poiché aveva rifiutato, distribuii tutte le noci tra i piccoli della quarta, senza tenerne neppure una per me. Addentai la mia noce, con stizza, gettai il guscio tra le fronde nerastre che coprivano il terreno e mi avviai verso valle su quella comoda strada, sotto un cielo vespertino che emanava bagliori verde azzurro e oro; giunsi presto davanti a betulle d'un giallo autunnale e ad allegri cespugli di sorbo selvatico e, subito dopo, un addentrai nella penombra azzurrognola dei giovani tronchi d'abete e poi nel buio più fitto di un'alta faggeta.


Il villaggio silenzioso

Due ore dopo, a sera, dopo aver vagato a lungo e spensieratamente,. mi ero perso in un dedalo di sentieri stretti e bui, in mezzo al bosco, e cercavo una via d'uscita, tanto più impazientemente quanto più scendevano il buio e il freddo. Avventurarsi a diritto in mezzo alla foresta era impossibile, perché era molto fitta e il terreno, in certi punti, paludoso; inoltre le tenebre erano sempre più impenetrabili. Esausto, procedevo a tastoni, in preda a quella strana eccitazione che colpisce chi si è smarrito nella notte. Spesso mi fermavo, chiamavo e poi rimanevo a lungo ad ascoltare. Il silenzio rimaneva immutato e, da ogni parte, mi circondavano la fredda solennità e la fitta oscurità di quel bosco muto, quali tende di velluto pesante. Per quanto ciò fosse stolto e vano, mi dava gioia il pensare che mi stavo avventurando in una foresta, di notte, in quelle lande ormai straniere, per poter rivedere una donna amata e quasi dimenticata. Cominciai a canticchiare piano la mia vecchia canzone d'amore:

Il mio sguardo stupisce, si deve abbassare, ogni porta chiude il mio cuore per poter pensare in segreto al prodigio. tanto sei bella, amore!

Per quello avevo vagato per paesi lontani e, nel corso di lunghe battaglie, mi ero coperto corpo e anima di cicatrici: per poter cantare ancora quegli sciocchi versi e rincorrere l'ombra di follie giovanili da tempo impallidite! Ma mi dava non poca gioia e, mentre seguivo stancamente quel tortuoso sentiero, continuai a cantare, poetare e fantasticare, finché non mi stancai e proseguii in silenzio. Cercavo la strada a tastoni tra i grossi tronchi di faggio coperti di edera, i cui rami e le cui chiome ondeggiavano invisibili nell'oscurità. Andai avanti così per una mezz'ora e, alla fine, stavo cominciando ad avvilirmi. Allora mi capitò una cosa deliziosa, indimenticabile. Tutto d'un tratto, il bosco finì, e io mi trovavo, tra gli ultimi tronchi, sulla ripida parete di un monte: sotto di me dormiva, nel blu della notte, un'ampia valle coperta di boschi e ai miei piedi, tra me e il fondo valle, era nascosto un villaggio silenzioso, con sette finestrelle illuminate. Le case basse, di cui vedevo quasi soltanto gli ampi tetti spioventi, che mandavano lievi bagliori, erano strettamente addossate le une alle altre, formando una leggera curva, e tra loro correva, angusto e buio, il vicolo ombroso, alla fine del quale si trovava una grande fontana. Più in alto, a mezza costa, si trovava tutta sola la cappella, tra molte croci di cimitero, indistinte. Là vicino un uomo con una lanterna risaliva un ripido sentiero di montagna. In qualche casa, laggiù nel villaggio, alcune ragazze cantavano una canzone, con voce chiara e possente. Non sapevo dove fossi né come si chiamasse quel villaggio; mi proposi anche di non domandarlo. La strada che avevo seguito sino a quel momento si perdeva sul margine del bosco, verso monte; così discesi cautamente il pendio senza sentiero, tra ripidi campi, in direzione del villaggio. Arrivai tra giardini e gradini di pietra, caddi su un muro di sostegno e, alla fine, dovetti scavalcare una recinzione e saltare il ruscello, poco profondo; ma finalmente ero in paese e, superata la prima fattoria, entrai in quel vicolo curvo, addormentato. Trovai presto la locanda, che si chiamava "Al Bue" e non era ancora chiusa. Li pianterreno era buio e silenzioso; dall'andito lastricato una vecchia scala con una panciuta balaustra a colonne, costruita con gran dispendio di mezzi, conduceva al piano superiore, in un corridoio dal pavimento di piastrelle e poi nella sala degli ospiti. Questa era davvero grande e il tavolo accanto alla stufa, illuminato da una lampada sospesa, intorno al quale erano seduti tre contadini, coi loro bicchieri di vino, pareva un' isola di luce in quel grande ambiente semibuio. La stufa, una costruzione a forma di cubo piastrellata di maiolica verde, era accesa; nelle piastrelle di maiolica si rifletteva, calda, la luce fioca della lampada; sotto la stufa dormiva un cane nero. Quando entrai l'ostessa disse: <<Buona sera>>, e uno dei contadini mi osservò con sguardo indagatore. <<Chi è questo qui?>>, domandò dubbioso. <<Non lo so>>, rispose l'ostessa. Mi sedetti al tavolo, salutai e chiesi del vino. C'era solo del vino novello, un vino giovane, rosso chiaro, che scendeva giù bene e mi scaldò magnificamente. Poi chiesi se fosse possibile dormire. <<E' un problema>>, replicò la donna con un'alzata di spalle. <<Una stanza ce l'abbiamo, naturalmente, ma oggi c'è già un signore. Ci sarebbe un secondo letto, in quella camera, ma il signore dorme già. Se vuole salire e parlargli...>> <<Preferirei di no. Non avete altro posto?>> <<Posto sì, ma senza letto.>> <<E se mi coricassi accanto alla stufa?>> <<Se va bene a lei... Io posso darle una coperta e aggiungere qualche ciocco alla stufa, in modo che non debba morire di freddo>> Mi feci cuocere un uovo e dare una salsiccia; durante il pasto domandai quanto mancasse ancora alla mia meta. <<Dica un po', quanto ci vuole ancora per Ilgenberg?>> <<Cinque ore. Anche il signore della camera vuole arrivare laggiù, domani. Ci abita.>> <<Ah. E che fa?>> <<Commercia in legname. Viene tutti gli anni.>> I tre contadini non si immischiarono nella nostra conversazione. Si trattava, pensai, dei proprietari dei boschi e dei carrettieri con i quali il commerciante di Ilgenberg aveva concluso l'acquisto del legname. Evidentemente mi avevano preso per un uomo di affari, o per un funzionario, e non si fidavano di me. E anch'io li lasciai in pace. Avevo appena finito di mangiare e mi ero comodamente appoggiato allo schienale della sedia, quando all'improvviso riprese quel canto di fanciulle, forte e vicino. Cantavano la canzone della bella moglie del giardiniere e, alla terza strofa, mi alzai in piedi e mi avvicinai alla porta della cucina, dove bussai pian piano. Intorno a un tavolo di abete bianco erano sedute due ragazze e una serva più avanti con gli anni, davanti a un moccolo di candela; avevano davanti a sé una montagna di fagioli e li sgusciavano cantando. Non so più dire che aspetto avesse la più vecchia, ma delle giovani, una era bionda tendente al rosso, fiorente e ben piantata, e la seconda era una bella brunetta dal volto serio. Si era arrotolata le trecce intorno al capo, in una crocchia, e cantava dimentica di tutto, con una voce chiara, da bambina, mentre nei suoi occhi si rifletteva, lampeggiando, la fiammellina della candela. Quando mi videro sulla porta, la più vecchia rise, la rossa fece una smorfia e la bruna mi guardò in faccia per un po', poi abbassò il capo, arrossì leggermente e riprese a cantare, a voce più forte. Stavano cominciando una nuova strofa e io mi unii al coro, nei limiti delle mie possibilità. Poi andai a prendere il mio vino, afferrai uno sgabello a tre zampe e mi sedetti, cantando, al tavolo di cucina. La rossa mi avvicinò una manciata di fagioli, e io le aiutai a sgusciarli. Quando le molte strofe furono terminate, ci guardammo l'un l'altro e scoppiammo a ridere, cosa questa che si intonava magnificamente al volto della bruna. Le offrii il mio bicchiere, ma non l'accettò. <<Lei è proprio orgogliosa>>, le dissi, turbato. <<Non sarà mica di Stoccarda?>> <<No. Perché di Stoccarda?>> <<Perché si dice:

Stoccarda è una bella città Stoccarda è in fondo alla valle dove le ragazze sono belle ma anche crudeli...>>

<<E' uno svevo>>, disse la vecchia alla bionda. <<E' proprio vero>>, confermai. <<E lei è dell'altopiano, dove crescono i susini selvatici.>> <<Può darsi>>, ribatté ridacchiando. Io però continuavo a guardare la bruna e, coi fagioli, composi la lettera M, chiedendole se si chiamasse così. Scosse la testa, e io feci una A. Lei annuì, e io cercai di indovinare. <<Agnes?>> <<No.>> <<Anna?>> <<No.>> <<Adelheid?>> <<Nemmeno.>> Ogni nome che dicevo era sbagliato; lei però si divertiva e, alla fine, esclamò: <<Lei è ben strano!>>. Quando però la pregai insistentemente di dirmi il suo nome, si vergognò un pochettino e poi disse, pianissimo e in fretta: <<Agathe>>, arrossendo come se mi avesse confidato un segreto. <<Anche lei è un commerciante di legname?>>, domandò la bionda. <<No, proprio no. Sembra che lo sia?>> <<Oppure un geometra, no?>> <<Nemmeno. Perché dovrei essere un geometra?>> <<Perché? Così.>> <<I1 suo moroso fa il geometra, vero?>> <<Magari.>> <<Ne cantiamo ancora una, per finire?>>, domandò la bella e, mentre le nostre dita sgusciavano gli ultimi baccelli, cantammo Quando sto nella cupa notte. Alla fine le ragazze si alzarono, ed io con loro. <<Buona notte>>, dissi a ciascuna di loro, stringendo anche la mano a tutte, e alla bruna dissi: <<Buona notte, Agathe>>. In sala i tre burberi contadini erano in procinto di andarsene. Non mi prestarono la benché minima attenzione, vuotarono lentamente i loro bicchieri e non pagarono: evidentemente per que1la sera erano ospiti del commerciante di Ilgenberg. <<Buona notte anche a voi<<, dissi loro mentre se ne andavano, ma non ebbi risposta e sbattei la porta dietro a quei testoni. Subito dopo arrivò l'ostessa, con coperte da cavalli e un guanciale. Approntammo, con la panca della stufa e tre seggiole, un misero giaciglio; per consolarmi la donna, andandosene, mi informò che il pernottamento non mi sarebbe costato niente. Mi poteva anche star bene. Semisvestito e avvolto nel mio. mantello, mi coricai accanto alla stufa, che emanava ancora un bel calduccio, pensando alla bruna Agathe. Mi venne in mente una strofa d'un vecchio canto religioso che, quand'ero bimbo, cantavo spesso con la mia mamma:

Sono belli i fiori, più belli sono gli uomini nel bel tempo di gioventù...

Così era Agathe, più bella dei fiori e. tuttavia a loro affine. Dappertutto, in tutti i paesi, ci sono alcune bellezze di quel genere, ma non sono così frequenti, e mi ha sempre fatto bene vederne una. Sono bambine cresciute, ritrose e fiduciose al tempo stesso, e i loro occhi limpidi hanno lo sguardo 'di una bella bestiola, o di una sorgente boschiva. Si guardano e si amano senza desiderarle; guardandole, fa male pensare che anche quei bei quadri di gioventù e di umanità in fiore dovranno, un giorno, invecchiare e perire. Presto mi addormentai e, forse per il calore della stufa, sognai di essere coricato sulla costa rocciosa di un'isola meridionale: sentivo il sole, ardente, bruciarmi la schiena e guardavo una ragazza che, da sola su una barca, stava remando verso sud, allontanandosi e diventando sempre più piccina.


Camminata mattutina

Mi svegliai, quasi assiderato, solo quando la stufa si fu raffreddata e i miei piedi erano intirizziti; era già mattina e accanto, in cucina, sentii che qualcuno stava accendendo il focolare. Fuori i campi, per la prima volta in quell'autunno, erano coperti da un alto strato di brina. Io ero tutto rigido e provato per il duro giaciglio, ma ben riposato. In cucina, dove mi salutò l'anziana domestica, mi lavai all'acquaio di pietra e spazzolai i miei abiti che il giorno prima, con tutto quel vento, si erano completamente impolverati. Mi ero appena seduto in sala, davanti a un caffè fumante, che arrivò il cliente che veniva dalla città, salutò cortesemente e si mise a sedere accanto a me, dove era già stato apparecchiato per lui. Tirò fuori dalla sua piatta borsa da viaggio una bottiglia di acquavite di ciliegie, ne versò un po' nella sua tazza e ne offrì anche a me. <<Grazie>>, risposi, <<non bevo liquori.>> <<Davvero? Vede, io sono costretto a farlo, perché altrimenti non riesco a tollerare il latte. Ognuno ha i suoi problemi.>> <<Bè, se è tutto qui, non ha da lamentarsi.>> <<Infatti non mi lamento, lungi da me...>> Era uno di quei tipi che provano il bisogno di scusarsi senza motivo. Per il resto, aveva un aspetto dignitoso; forse troppo cortese, ma intelligente e aperto. Era vestito come usa nelle piccole città: abiti resistenti e puliti, ma un po' goffi. Anch'egli mi squadrò e, quando mi vide con i pantaloni alla zuava, mi domandò. se fossi arrivato in velocipede. <<No, a piedi.>> <<Ah. Un tour a piedi, capisco. Sì, lo sport è una gran bella cosa, quando si ha tempo.>> <<Lei ha acquistato legname?>> <<Oh, una piccolezza, solo per il mio fabbisogno privato.>> <<Pensavo che fosse un commerciante di legname.>> <<No, proprio no. Ho un negozio di stoffe, cioè commercio in tessuti, capisce.>> Mangiammo pane e burro e, mentre prendeva il burro, fui colpito dalle sue mani ben fatte, lunghe e affusolate. A suo parere ci volevano sei ore per arrivare a Ilgenberg. Lui comunque era in calesse e mi invitò gentilmente ad approfittarne, ma non accettai. Gli chiesi dei sentieri e mi dette qualche informazione. Poi chiamai l'ostessa e pagai il mio piccolo conto; mi misi in tasca un po' di pane, salutai il commerciante, scesi le scale e, superato l'andito lastricato, andai incontro a quel freddo mattino. Davanti all'edificio c'era la vettura del commerciante di tessuti, un leggero calesse a due posti; un servo stava prendendo il cavallo dalla stalla, una bestia piccola e grassoccia, a chiazze bianche e rosse come una mucca. La strada risaliva la valle, seguendo prima un po' il ruscello e poi addentrandosi nel bosco. Mentre marciavo solo soletto, mi venne in mente che, in fin dei conti, io avevo percorso tutte le mie strade in solitudine, e non solo per le passeggiate, ma tutti i passi della mia vita. Certo, c' erano sempre parenti e amici, amori e conoscenti, ma non mi circondavano mai, non mi appagavano mai, non mi trascinavano mai su sentieri che non avessi imboccato io stesso. Forse ogni uomo, come una palla lanciata in aria, è destinato a seguire una certa traiettoria, chiunque sia; ed egli segue una linea tracciata da tempo, mentre crede magari di forzare o beffare il suo destino. Ad ogni modo il nostro "destino" è dentro di noi, e non al di fuori: ecco perché la superficie della vita, gli eventi visibili, assumono una certa irrilevanza. Quello che di solito ci sembra difficile o addirittura tragico diventa poi spesso una bagattella. E quelle stesse persone che, davanti alla parvenza del tragico, cadono in ginocchio, soffrono e soccombono per cose che non hanno mai degnato d'uno sguardo. E pensai: che cos'è che mi spinge, me uomo libero, nella cittadina di Ilgenberg, delle cui case e dei cui abitanti non mi importa più niente e dove non posso sperare di trovare altro se non delusione e fors'anche sofferenza? Ed ero io stesso meravigliato per il modo in cui andavo sempre più avanti, in una continua altalena di angoscia ed allegria. Era una bella mattina e la terra e l'aria, ancora autunnali, erano sfiorate dal primo profumo invernale, la cui aspra chiarezza scemò con l'avanzare del giorno. Grandi stormi di storni volavano sui campi in formazione a V, con un forte frullar d'ali. Nella valle avanzava lentamente il gregge di un pastore nomade e alla sua leggera polvere si mischiava l'esile fumo azzurrognolo della pipa del pastore. Tutto questo, insieme alle catene montuose, alle variopinte dorsali coperte di boschi e ai corsi d'acqua costeggiati dai salici, risaltava nell'aria cristallina come un quadretto dipinto: e la bellezza della terra parlava la sua lingua lieve e Struggente, senza curarsi di chi la ascoltasse. Una cosa mi pare sempre strana e incomprensibile, più trascinante di tutte le domande e le azioni del giorno e dello spirito umano: come un albero si innalzi verso il cielo e come i venti, senza un rumore, posino in una valle; come le foglie gialle della betulla cadano dai rami e come gli stormi di uccelli trovino la strada nel cielo azzurro. Quell'eterno mistero ci stringe il cuore in modo così umiliante e dolce al tempo stesso che deponiamo ogni superbia, quella superbia con cui di solito si parla dell'inesplicabile, ma, ben lungi dal soccombere, accogliamo grati ogni cosa e, con modestia e orgoglio, ci sentiamo ospiti dell'universo. Sul limitare del bosco, proprio davanti a me, dal sottobosco uscì un gallo selvatico, sbattendo rumorosamente le ali. Sul sentiero sporgevano lunghi tralci di brune foglie di rovo; ogni foglia era coperta da un sottile strato di brina, serico e trasparente, che mandava bagliori argentei, come peluzzi fini su un taglio di velluto. Quando, dopo aver camminato a lungo in salita, nel bosco, raggiunsi una cima e un ghiaione libero, con un'ottima vista sul paesaggio circostante, riuscii presto ad orientarmi. Non sapevo però il nome del villaggio in cui avevo pernottato, né l'avevo domandato. La mia strada proseguiva lungo il margine del bosco che, da quella parte, era esposto al vento, e mi divertii ad osservare le forme ardite e immaginificamente grottesche di tronchi, rami e radici. Niente può tenere impegnata la fantasia in modo più forte e fervido. Dapprima predominano impressioni comiche: in radici contorte, fenditure della terra, ramificazioni e masse di fogliame si riconoscono smorfie, figure ridicole e caricature di volti noti. Poi l'occhio è allenato e vede, senza cercarle, intere schiere di forme singolari. Il comico scompare, perché tutte quelle figure hanno un piglio così deciso, ardito e incrollabile che ben presto la loro tacita schiera ci annuncia un senso di austerità, di grave necessità. E alla fine diventano inquietanti e accusatorie. E così: l'uomo mutevole, che porta sempre una maschera, rimane atterrito, non appena li osserva sul serio, davanti ai tratti di ogni creatura cresciuta naturalmente.


Il genberg

Il villaggio che raggiunsi dopo due ore di cammino si chiamava Schluchtersingen e mi era noto per un mio precedente soggiorno. Mentre procedevo sul vicolo del paese, vidi una vettura ferma davanti a una locanda costruita di fresco, in cui riconobbi immediatamente il calesse del commerciante di Ilgenberg, con il suo cavallino stranamente chiazzato. Lui stesso stava uscendo dalla porta e si accingeva a salirvi, quando mi vide arrivare. Mi salutò subito vivacemente, facendomi un cenno. <<Avevo da fare anche qui, ma adesso vado direttamente a Ilgenberg. Non vuoi venire con me? Voglio dire, a meno che non preferisca andare a piedi.>> Aveva un aspetto così bonario, e il mio desiderio di raggiungere la meta del mio viaggio si era fatto così intenso, che accettai e salii. Dette una mancia al servo della locanda, prese le briglie e partì. Il calesse correva, leggero e comodo, sulla buona strada, e dopo diversi giorni di cammino la piacevole sensazione di essere trasportato mi dava un senso di benessere. Mi fece piacere anche che il commerciante non facesse alcun tentativo di indagare sul mio conto. Altrimenti sarei sceso all'istante. Mi domandò soltanto se il mio fosse un viaggio di piacere e se conoscessi già quella zona. <<Qual è la migliore locanda di Ilgenberg?>>, domandai a mia volta. <<Un tempo il "Cervo" era buona; il proprietario si chiamava Bòliger.>> <<È' sempre vivo. La locanda la gestisce un forestiero, un bavarese; credo che sia un po' peggiorata. Non ci giurerei, però: lo so per sentito dire.>> <<E il "Cortile svevo"? A suo tempo c'era un certo Schuster.>> <<C'è ancora, e la locanda ha una buona fama.>>; <<Allora scenderò là.>> Diverse volte il mio accompagnatore fu sul punto di presentarsi, ma non glielo permisi. Procedemmo così in quella giornata luminosa, ricca di colori. <<Così è più facile che a piedi>>, affermò ,il signore di Ilgenberg. <<Però a piedi è più sano.>> <<Se si hanno buone scarpe. Inoltre il suo cavallo dà allegria, con tutte quelle chiazze.>> Sospirò, e poi si mise a ridere. <<Le ha notate anche lei? Certo, le chiazze sono spassose. In città me l' hanno ribattezzato "la mucca", e bisogna lasciarli dire, senza prendersela.>> <<È' una bestia ben tenuta.>> <<Vero? Non gli manca niente. Vede, questo cavallino mi piace. Sta già drizzando le orecchie, perché parliamo di lui. Ha sette anni.>> Nell'ultima ora discorremmo anche meno. Il mio accompagnatore sembrava stanco e, quanto a me, la vista di quei dintorni, a ogni passo più familiari, teneva avvinti tutti i miei pensieri. Una delizia e un'angoscia al tempo stesso, rivedere i luoghi della giovinezza! Una quantità sconcertante di ricordi ci balena alla mente e in poche, trasognate frazioni di secondo si rivivono storie intere; ci guardano, in modo familiare e doloroso, cose perdute, che non torneranno mai più. Una lieve cunetta, che il nostro calesse superò al trotto, ci dischiuse la vista della città. Due chiese, una torre in muratura, l'alto frontone del municipio ridevano al di sopra del groviglio di case, vicoli e giardini. Non avrei mai pensato, allora, che avrei salutato quel buffo campanile a bulbo in preda alla commozione, col cuore che mi batteva forte. Mi guardava di traverso, emanando furtivi bagliori cuprei, come se mi avesse riconosciuto e non fossi certo il primo fuggiasco e ribelle che vedeva tornare sotto le spoglie di persona modesta e tranquilla. Né vidi gli inevitabili cambiamenti, le nuove costruzioni e le strade di periferia: tutto sembrava come prima e, a tale vista, fui assalito da una vampa di ricordi, simile a un vento caldo del sud. Sotto quelle torri e quei tetti avevo vissuto la mia favolosa gioventù, giorni e notti struggenti, meravigliose, malinconiche primavere e lunghi inverni di sogno, nella mia mansarda poco riscaldata. In quelle stradine fiancheggiate da giardini avevo vagato, la notte, al tempo dell'amore, ardente e disperato, con la testa in fiamme, meditando piani avventurosi. E là ero stato felice per il bacio di una ragazza e per i primi timidi colloqui e baci del nostro amore. <<Sì, c'è ancora un po'>>, disse il commerciante, <<ma tra dieci minuti siamo a casa.>> <<A casa!>>, pensai. <<Hai un bel parlare, tu.>> Mi scivolavano davanti un giardino dopo l'altro, un'immagine dopo l'altra: cose alle quali non avevo mai pensato e che adesso mi accoglievano come se fossi mancato solo qualche ora. Non ce la facevo più a stare sul calesse. <<La prego, si fermi un momento, preferisco fare l'ultimo tratto a piedi.>> Un po' sorpreso, tirò le redini e mi fece scendere. Lo avevo già ringraziato, gli avevo stretto la mano e me ne stavo andando quando dette un colpo di tosse e disse: <<Forse ci vedremo ancora, se intende soggiornare al "Cortile svevo". Posso chiederle il suo nome?>>. E all'istante si presentò. Si chiamava Herschel ed era, non potevo dubitarne, il marito di Julie. Avrei voluto fulminarlo, ma gli dissi il mio nome, mi rimisi il cappello e lo lasciai proseguire. E così quello era il signor Herschel. Un uomo distinto, e benestante. Se pensavo a Julie, alla ragazza splendida e orgogliosa che era stata e al modo in cui aveva compreso e condiviso le mie opinioni e i miei progetti di allora, fantastici e arditi, mi veniva un groppo alla gola. La mia collera svanì subito. Senza pensare a niente, immerso in una profonda tristezza, percorsi il vecchio, spoglio viale di castagni che conduceva nella cittadina. Nella locanda era tutto un po' più elegante e moderno rispetto ai vecchi tempi; c'erano persino un biliardo e portatovaglioli nichelati a forma di globo. L'oste era sempre lo stesso, cucina e cantina erano rimaste semplici e buone. Nel vecchio cortile c'erano ancora il vecchio acero slanciato e la fresca fontana a due zampilli nei pressi della quale avevo sprecato più d' una sera, davanti a una birra. Dopo mangiato mi alzai e vagai lentamente per le strade, poco cambiate; lessi i vecchi nomi sulle insegne dei negozi, a me ben noti; mi feci radere, comprai una matita, osservai le case e mi aggirai tra le recinzioni delle placide stradine di periferia, fiancheggiate da giardini. Mi sopraffece la sensazione che il mio viaggio a Ilgenberg fosse stato una pazzia, eppure aria e suolo, così familiari, mi lusingavano e mi cullavano nei bei ricordi. Non mancai di visitare un solo vicolo, salii sul campanile, lessi i nomi incisi dai liceali sulle travi di sostegno della campana, discesi nuovamente e lessi gli avvisi ufficiali affissi sul municipio, finché non principiò a imbrunire. Mi ritrovai allora sulla piazza del mercato, deserta e smisuratamente grande; passai in rassegna la lunga schiera di vecchie case con frontone, inciampai nelle scale d'ingresso e nelle buche del selciato e, alla fine, mi fermai davanti alla casa di Herschel. Nel piccolo negozio stavano già abbassando la saracinesca e, al primo piano, c'erano quattro finestre illuminate. Rimasi un po' indeciso e alzai gli occhi per osservare la casa, stanco e oppresso. Un ragazzo attraversava la piazza a passo di marcia, fischiettando; quando mi vide, smise di fischiettare e prese a fissarmi. Gli regalai dieci centesimi e gli dissi di andarsene. Allora arrivò un lavorante a ore e mi offrì i suoi servigi. <<Grazie>>, gli dissi, e all'improvviso mi ritrovai il campanello in mano, e lo stavo tirando con forza.


Julie

Il pesante portone si aprì pian piano e, nella fèssura, apparve il volto di una giovane domestica. Chiesi del padrone di casa e fui condotto su per una scala buia. Nel corridoio, di sopra, si accese un lume ad olio, e mentre mi toglievo gli occhiali, che si erano appannati, uscì Herschel, salutandomi. <<Sapevo che sarebbe venuto>>, mi disse a mezza voce. <<Come faceva a saperlo?>> <<Da mia moglie. Io so chi è lei. Ma si tolga il cappotto, prego. Qui, mi permetta... E per me un piacere... Sì, così. Prego.>> Era evidente che non fosse troppo a suo agio, come del resto non lo ero io. Entrammo in una saletta dove, sulla tavola apparecchiata, ardeva una lampada, e si stava servendo la cena. <<Eccoci. La mia conoscenza di stamattina, Julie. Posso presentarla, signor...>> <<Ci conosciamo>>, disse Julie, rispondendo al mio inchino con un cenno del capo, senza darmi la mano. <<Si accomodi.>> Io mi sedetti su una poltrona di canna, lei sul divano. La guardai.. Era più forte, ma sembrava anche più piccola di prima. Le sue mani erano ancora giovani e belle, il volto fresco, ma più pieno e più duro; ancora orgoglioso, ma più volgare e meno brillante. C'era ancora un barlume della bellezza di allora, sulle tempie e nei movimenti delle braccia, un lieve- barlume... <<Com'è arrivato a Ilgenberg?>> <<A piedi, gentile signora.>> <<Deve sbrigarvi qualche affare?>> <<No, volevo solo rivedere la città.>> <<Da quanto mancava?>> <<Dieci anni. Ma lei lo sa. Comunque la città non mi sembra affatto cambiata.>> <<Davvero? Io, però, lei non l'avrei riconosciuta.>> <<Io lei sì, all'istante, gentile signora.>> Il signor Herschel tossicchiò. <<Perché non rimane a cena con noi, se si accontenta?>> <<Se non disturbo...>> <<Ci mancherebbe, solo uno spuntino.>> C'era invece arrosto freddo in gelatina, insalata di fagiolini, riso e pere Cotte. Da bere, tè e latte. Il padrone di casa mi serviva e faceva un po' di conversazione. Julie non disse parola ma, di tanto in tanto, mi guardava altezzosa e diffidente, come se volesse scoprire per quale strano motivo fossi venuto. Se solo Io avessi saputo! <<Hanno bambini?>>, domandai, e allora divenne un po' più loquace. Scuola, malattie, educazione, tutto nel miglior stile piccolo borghese. <<Nonostante tutto, la scuola è proprio una benedizione>>, interloquì Herschel. <<Davvero? Ho sempre pensato che i figli dovessero essere educati il più a lungo possibile dai genitori.>> <<Si vede che lei non ha figli.>> <<Non ho questa fortuna.>> <<Ma lei è sposato?>> <<No, signor Herschel, vivo solo...>> Mi andarono di traverso i fagiolini, cui era stato tolto male il filo. Quando il pasto fu terminato il padrone di casa propose una bottiglia di vino, che non rifiutai. Come avevo sperato, andò personalmente in cantina, e io rimasi un po' solo con la moglie. <<Julie>>, dissi. <<Dica?>> <<Non mi ha neppure dato la mano.>> <<Mi pareva più giusto...>> <<Come vuole... Sono contento di vedere che sta bene. Sta davvero bene?>> <<Sì, possiamo accontentarci.>> <<E quei tempi.... mi dica, Julie, pensa mai a quei tempi?>> <<Che vuole da me? Lasci perdere le vecchie storie! E successo quello che doveva succedere e che era giusto per tutti noi, credo. già allora lei non era adatto a Ilgenberg, con tutte le sue idee, e non sarebbe stato giusto...>> <<Certamente, Julie. Non rimpiango niente di quel che è accaduto. Lei non deve pensare a me, ci mancherebbe, ma a tutto quello che, allora, fu bello e piacevole. Era la nostra giovinezza, questo che intendevo cercare e vedere, nei suoi occhi.>> <<La prego, parliamo di qualcos'altro. Per lei forse le cose stanno diversamente, ma per me sono successe troppe cose, nel frattempo.>> La guardai. Non c'era più traccia della bellezza di allora, era soltanto la signora Herschel. <<Ma certo>>, dissi in modo un po' sgarbato, e non mi dispiacque che tornasse suo marito, con due bottiglie di vino. Era un Borgogna piuttosto forte e Herschel, che evidentemente non era un bevitore, cominciò a cambiare già al secondo bicchiere. Prese a stuzzicare sua moglie riguardo a me. Poiché lei non abboccava, si mise a ridere e brindò con me. <<Non voleva neppure che lei entrasse in casa>>, mi confidò. Julie si alzò. <<Mi scuserà, devo dare un'occhiata ai bambini. La bambina non sta bene.>> Così uscì, e io sapevo che non sarebbe tornata. Il marito aprì la seconda bottiglia, facendomi l'occhiolino. <<Non avrebbe dovuto dirlo>>, lo rimproverai. Si limitò a ridere. <<Mio Dio, non è certo così scontrosa da prendersela a male. Beva! O non le piace, questo vino?>> <<È' buono, il vino.>> <<Vero? Mi dica un po' che cosa c'è stato, allora, tra lei e mia moglie? Ragazzate, non è così?>> <<Ragazzate. Ad ogni modo, è meglio non parlarne.>> <<Certamente.... ci mancherebbe... non voglio mica essere indiscreto. Sono passati più di dieci anni, vero?>> <<Mi perdoni, adesso devo proprio andare.>> <<Così presto?>> <<È' meglio. Forse ci vedremo domani.>> <<Se vuole davvero andare... Aspetti, le faccio luce. E a che ora viene, domani?>> <<Verso mezzogiorno, credo.>> <<Giusto in tempo per un buon caffè nero. La accompagno in albergo. No, insisto. Potremmo ancora bere qualcosa insieme, là.>> <<Grazie, ma voglio andare a letto, sono stanco. I miei rispetti a sua moglie, a domani.>> Lo lasciai sul portone e me ne andai da solo, attraversando la grande piazza del mercato, e poi per i vicoli, taciti e bui. Camminai ancora a lungo per la cittadina e, se da qualche vecchio tetto fosse caduta una tegola, stendendomi a terra, mi sarebbe stato solo bene. Che folle! Che folle!


Nebbia

La mattina dopo mi svegliai di buon'ora e decisi di proseguire subito il mio cammino. Faceva freddo e la nebbia era così fitta che quasi non si vedeva al di là della strada. Infreddolito, bevvi il caffè, pagai pernottamento e bevande e mi allontanai a lunghi passi nel silenzio del mattino che stava sorgendo. Scaldandomi velocemente, lasciai alle mie spalle città e giardini, e mi addentrai in quel mondo che galleggiava nella nebbia. È' sempre stranamente toccante vedere come la nebbia separi tutto ciò che è vicino o apparentemente affine, come avvolga e racchiuda ogni figura, rendendola ineluttabilmente sola. Incroci un uomo, sulla strada maestra; ha con sé una mucca o una capra o spinge un carro e porta una fascina, e dietro a lui trotta, scodinzolando, il suo cane. Lo vedi avvicinarsi e lo saluti, e lui risponde al saluto; ma non appena è passato e ti giri a guardarlo, lo vedi già farsi indistinto e scomparire nel grigio, senza lasciar tracce. Non diversamente accade per case, recinzioni, alberi e vigneti. Credevi di conoscere tutti i dintorni a memoria e ora sei particolarmente stupito da quanto quel muro dista dalla strada, da quanto è alto quest'albero e bassa quella casa. Capanne che credevi vicinissime sono così distanti l'una dall' altra che, dalla soglia dell'una, lo sguardo non riesce a raggiungere l' altra. E, vicinissimi, senti bestie e animali che non riesci a vedere, che si muovono e lavorano ed emettono richiami. Tutto ciò ha qualcosa di fiabesco, ignoto, trasognato, e per qualche istante avverti con spaventosa chiarezza il suo contenuto simbolico. Come, in fondo, tutte le cose e tutti gli uomini siano sempre, gli uni rispetto agli altri, chiunque essi siano, degli sconosciuti, inesorabilmente, e come le nostre strade si incrocino sempre per pochi passi e istanti, conquistando la fugace parvenza della comunione, della vicinanza e dell'amicizia. Mi vennero in mente alcuni versi che recitai piano, continuando a camminare:

È strano, vagare nella nebbia!
Isolata è ogni pietra, ogni cespuglio;
non c'è albero che l'altro veda, tutti sono soli.

Pieno di amici era il mio mondo quando chiara era la vita mia;
adesso, che calata è la nebbia non ne vedo più nemmeno uno.
Certamente non può esser saggio chi non conosca le tenebre che,
ineluttabili e lievi, da tutto lo separano.

E' strano vagare nella nebbia!
La vita è solitudine.
Non c'è uomo che l'altro conosca, tutti sono soli.

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