Colori

(Robert Rauschenberg)
Non
avevo mai visto dipingere un quadro fin dall’inizio. Credevo che si
incominciasse subito a raffigurare quello che si vedeva, mettendo i colori
com’erano.
Fu lui a insegnarmi tutto.
Diede inizio al quadro della figlia del fornaio stendendo una mano di grigio
chiaro sulla tela bianca, poi
tracciò dei segni rossastri per abbozzare la ragazza, il quadro, la brocca, la
finestra e la carta geografica, ciascuno al suo posto. A quel punto pensai che
avrebbe incominciato a dipingere le cose com’erano: il viso della ragazza, una
gonna blu, un corsetto giallo e nero, una carta geografica color nocciola, una
brocca nella sua bacinella d’argento, una parete bianca. Stese invece delle
chiazze, una nera dove doveva esserci la gonna, una ocra dove c’erano il
corsetto e la carta appesa, una rossa per la brocca e la bacinella, una grigia
per il muro. Erano colori sbagliati: nessuno di essi era il colore giusto
dell’oggetto da raffigurare. Lavorò a lungo su questi colori che io definivo
sbagliati. […]
Ogni mattina estraevo di malavoglia dai cassetti i colori che lui mi ordinava.
Un giorno vi aggiunsi anche un azzurro. La seconda volta che lo misi, lui mi
disse: < Non l’oltremare, Griet, solo i colori che ti ho chiesto io. Perché
mi hai messo anche quello, che non ti avevo chiesto?> Era contrariato.
<Chiedo scusa, signore. E’ solo che…> presi fiato traendo un profondo
respiro <…la ragazza ha una gonna azzurra, pensavo che vi serviva quel
colore, che non l’avreste lasciata nera >.
<Quando sarà il momento, te lo chiederò >.
Annuii e mi voltai per spolverare la sedia con le testine di leone. Mi sentivo
dolere il petto. Non volevo che fosse adirato con me. Aprii la finestra centrale
, inondando la stanza di aria fredda.
< Vieni qua, Griet >.
Deposi lo strofinaccio sul davanzale e gli andai accanto.
< Guarda fuori dalla finestra >.
Ubbidii. Era una giornata di vento, con nuvole che viaggiavano e andavano a
nascondersi dietro la torre della Chiesa Nuova.
< Di che colore sono quelle nubi? >
< Bè, bianche, signore >.
Inarcò leggermente le sopracciglia. < Ne sei sicura?>
Le guardai di nuovo. < E grigie. Forse nevicherà >.
< Ma via, Griet, sforzati un po’. Pensa alle verdure di quella volta a casa
tua >.
< Le verdure, signore? >.
Scrollò leggermente la testa. Lo stavo scontentando di nuovo. Serrai le
mascelle.
< Pensa a come avevi separato le verdure bianche, le rape e le cipolle. Sono
dello stesso bianco? >
All’improvviso capii. < No, le rape hanno dentro un po’ di verde, le
cipolle un po’ di giallo >.
< Proprio così. E adesso che colori vedi nelle nuvole? >
< Dentro c’è anche un po’ d’azzurro >, aggiunsi
dopo averle osservate per qualche minuto. < E…di giallo. E c’è
del verde, anche! >
Mi entusiasmai a tal punto che le indicai col dito. Le nuvole le avevo guardate
in tutta la mia vita,
ma in quel momento ebbi l’impressione di vederle per la prima volta.
Sorrise. < Scoprirai che di bianco puro nelle nuvole ce n’è ben poco,
eppure la gente dice che sono bianche.
Adesso capisci perché ancora non mi serve il blu?>
< Si, signore >.
Per la verità non avevo capito, ma non volevo ammetterlo. Mi sembrava di
intuire qualcosa.
Quando infine incominciò ad aggiungere altri colori sopra a quelli sbagliati ,
capii che cosa intendeva dire. Aggiunse un azzurro chiaro sulla gonna della
ragazza, che diventò di quel colore, ma vi trasparivano dei trattini neri; il
colore era azzurro nell’ombra del tavolo, blu dalla parte della finestra.
Sulla zona del muro aggiunse dell’ocra gialla, attraverso cui traspariva un
po’ di grigio, assumendo l’aspetto di un luminoso ma non bianco. Quando la
luce batteva sulla parete, scoprii, essa non era bianca, ma di molti colori.
Gli oggetti più complicati da realizzare furono la brocca e la bacinella, che
diventarono gialle, marroni, verdi e blu. Esse riflettevano il disegno del
copritavolo, il corpetto della ragazza, la stoffa blu drappeggiata sulla sedia:
erano cioè di tutti i colori meno che del loro vero color argento, eppure erano
tali quali dovevano apparire, una brocca e una bacinella. Da quel momento non
potei fare a meno di osservare tutte le cose. […]
[La ragazza con l’orecchino di perla, T. Chevalier]
I
colori divennero i suoi talismani. Alla fine di ogni giorno in bianco e nero
sognava a colori.Di sera immergeva il suo corpo in tinture Magenta, si
strofinava con una pietra pomice giallo verde. Sul cuscino, macchie color
cremisi lasciate dai suoi capelli neri. Come coperta un manto di Klimt
Tolse le tendine a gale della madre e le sostituì con una semplice tela che di
tanto in tanto dipingeva. […]
Mi dipinsi grosse frecce nere sui seni timidi e tracciai una faretra argentata
lungo la mia spina dorsale. Con il rossetto trasformai la mia bocca in un arco
rosso e teso. Eri tu il mio bersaglio.
Dipinsi gialli galloni minacciosi sulle mie gambe e immersi i talloni nel
mercurio. Avrei avuto bisogno di muovermi con velocità. Contornai le mie
natiche con anelli dorati e decorai l’ombelico con un diamante azzurro.
Pensando al tuo cappello d’ammiraglio mi tinsi il pelo pubico di viola.
Mentre dipingevo, immersa nella terra d’ombra e nel verderame, nel vermiglione
e nel cromo, i colori, liberati dai loro soffocanti tubetti, si diedero alla
fuga passando sotto la porta dello studio e riversandosi su e giù per la scala
principale fino a raggiungere le stanza in bianco e nero della famiglia. Mia
madre si destò dal suo sonno di flanella per invocare a gran voce il nome di un
uomo che non vedeva da vent’anni. Balzò fuori dalle lenzuola matrimoniali, le
guance imporporate dall’infedeltà. Mio padre dormì un sonno viola. […]
Zie, zii, cugini, parenti e acquisiti, tutte le zavorre e gli accessori della
vita familiare, stavano sognando a colori, quella notte. Anche Tommy, il mio
fratello minore, che portava delle medagliette per sentirsi protetto, si svegliò
in preda a una fifa blu. […]
["Arte e menzogne", J. Winterson]
Sono
seduto in cortile sotto il gelso e ti scrivo. Se chiudo gli occhi vedo forme e
luci, e questo è il modo migliore per pensarti. Di tanto in tanto li apro per
scrivere – vorrei che alla fine questa diventasse una lettera, anche se
procede per staccato.
Se giro gli occhi chiusi verso il sole vedo un colore che non conosco, né
so come si chiama. E’ azzurro, nel chiarore abbagliante? E’ bianco, giallo,
pesca?Forse è l’interno delle mie palpebre. O è il ricordo del cielo, come
l’ho visto prima di chiudere gli occhi? E’ una luce abbagliante, un colore
freddo, anche se sulle palpebre si diffonde un calore pungente. Per una frazione
di secondo assume una diversa sfumatura agli occhi della mente (solo questi si
possono chiamare occhi della mente)
perché un rondone passa stridendo fra me e il sole. Perfino una mosca può
cambiare quel colore, e io so che una nuvola
– per quanto soffice e leggera – potrebbe trasformarlo, perché in fondo è
più una sensazione che un colore.
Sensazione che s’inasprisce per una brezza, da sud, mi porta il profumo di una
pianta di pomodoro. Anche sapere
dietro di me le vecchie rose inodori cambia il colore della sensazione: d’un
tratto diventa fresco e delicato sovrapponendosi al caldo, misterioso profumo
della morella.
Penso a come potrei spiegare i colori ad un cieco. Per me profumo e colore sono
sempre stati legati, ma sarebbe lecito e obiettivo spiegare i colori con i
profumi – con i profumi e le sensazioni?
Il roso inglese, un colore che amo molto e che ha pure il morboso nome di caput
mortuum, è intenso e acre, proprio come il profumo della pianta di
pomodoro. Il bianco è come il profumo del cetriolo, anche se il cetriolo è
verde. Chiudi gli occhi, Delphine, annusa un pezzo di cetriolo e dimmi se esiste
qualcosa che profumi maggiormente di bianco.
La rugiada del mattino è marrone. L’asfalto appena posato è giallo. E verde
è in eterno il profumo dell’erba appena tagliata. L’azzurro, in tutte le
sue sfumature si avvicina alla trementina vegetale, che è imparentata alla
lontana con gli oli eterei della lavanda. Se chiudo gli occhi e annuso un panno
intriso di trementina, o tengo in mano il vecchio bicchiere di latta in cui
pulisco i pennelli, vedo un colore fra l’acquamarina e il granito. Mi accorgo
all’improvviso di non aver mai chiesto a un cieco fino a che punto è cieco.
Non è detto che sia tutto nero, lì dentro, magari il sole apre anche a loro
quegli occhi della mente che in me si aprono quando penso a te. Il pensiero
illumina dall’interno. Apro gli occhi per scriverti tutto questo e guardo il
muro di granito più azzurro che grigio, nell’angolo d’ombra dove Bastian
sta disteso con la lingua fuori, lasciando che il fresco gli entri nel corpo.La
cagnetta Perle si è infilata sotto la poltrone nell’atelier. E’ maggio, nel
mio cortile, e qui maggio è così. Il mese dei profumi – il mese dei colori e
del desiderio.
["Per lettera", I. Hermann]
Il rosso, il bianco e l'azzurro. E poi il rosso sul bianco e ancora tanto bianco; ancora tanto azzurro. Lo sguardo spiazzava in alto per cercare disperatamente lassù qualche appiglio, un aiuto. Ma non c'era niente a cui appigliarsi, tranne l'azzurro profondo e schietto del cielo che stava là immobile e assente a guardarlo. Il bianco freddo gli dava una piacevole sensazione a contatto col calore del rosso; tuttavia il bianco freddo paralizzava quasi completamente molte parti del corpo. Penso che i colori erano una splendida creazione della natura e che il nostro occhio percepiva tramite essi il multiforme e variopinto aspetto della realtà delle cose in tutta la loro bellezza.
["Tutti i colori del giorno". S. Faraoni]