Doppia identità

 

 

  “Sono uno straniero in questo mondo e nel mio esilio ci sono dura solitudine e doloroso isolamento. Sono solo, ma nel mio essere solo contemplo un paese sconosciuto e affascinante, e questa meditazione colma i miei sogni degli spettri di una grande terra lontana che i miei occhi non hanno mai veduto. Sono uno straniero tra la mia gente e non ho amici. Quando vedo un essere umano mi dico: < Chi è, come faccio a conoscerlo, perché si trova qui e quale legge mi ha unito a lui?>
Sono estraneo persino a me stesso e, quando sento la mia lingua parlare , le mie orecchie si chiedono a chi appartenga la mia voce. Vedo la parte più intima di me stesso sorridere, piangere, avere coraggio e paura; e la mia esistenza s’interroga sulla sua sostanza, mentre la mia anima fa domande al mio cuore, ma io rimango sconosciuto, sommerso da un silenzio spaventoso.
I miei pensieri sono estranei al mio corpo e, davanti allo specchio, vedo sul mio volto qualcosa che la mia anima non scorge e trovo nei miei occhi quel che il mio io più profondo non vi trova.”

 

[“Segreti del cuore”. K.Gibran]

 


 

       Io volevo esser solo in un modo affatto insolito, nuovo. Tutt'al contrario di quel che pensate voi: cioè senza me e appunto con un estraneo attorno.
       Vi sembra già questo un primo segno di pazzia?
       Forse perché non riflettete bene.
       Poteva già essere in me la pazzia, non nego, ma vi prego di credere che l'unico modo d'esser soli veramente è questo che vi dico io.
       La solitudine non è mai con voi; è sempre senza di voi, è soltanto possibile con un estraneo attorno: luogo o persona che sia, che del tutto vi ignorino, che del tutto voi ignoriate, cosí che la vostra volontà e il vostro sentimento restino sospesi e smarriti in un'incertezza angosciosa e, cessando ogni affermazione di voi, cessi l'intimità stessa della vostra coscienza. La vera solitudine è in un luogo che vive per sé e che per voi non ha traccia né voce, e dove dunque l'estraneo siete voi.
       Cosí volevo io esser solo. Senza me. Voglio dire senza quel me ch’io già conoscevo, o che credevo di conoscere. Solo con un certo estraneo, che già sentivo oscuramente di non poter piú levarmi di torno e ch'ero io stesso: estraneo inseparabile da me.
       Ne avvertivo uno solo, allora! E già quest'uno, o il bisogno che sentivo di restar solo con esso, di mettermelo davanti per conoscerlo bene e conversare un po' con lui, mi turbava tanto, con un senso tra di ribrezzo e di sgomento.
       Se per gli altri non ero quel che ora avevo creduto d'essere per me, chi ero io?
       Vivendo, non avevo mai pensato alla forma del mio naso; al taglio, se piccolo o grande, o al colore dei miei occhi; all'angustia o all'ampiezza della mia fronte, e via dicendo. Quello era il mio naso, quelli i miei occhi, quella la mia fronte: cose inseparabili da me, a cui, dedito ai miei affari, preso dalle mie idee, abbandonato ai miei sentimenti, non potevo pensare.
       Ma ora pensavo:
       "E gli altri? Gli altri non sono mica dentro di me. Per gli altri che guardano da fuori, le mie idee, i miei sentimenti hanno un naso. Il mio naso. E hanno un pajo d'occhi, i miei occhi, ch’io non vedo e ch’essi vedono. Che relazione c'è tra le mie idee e il mio naso? Per me, nessuna. Io non penso col naso, né bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione, che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo per la sua forma molto buffo, si metterebbero a ridere."
       Cosí, seguitando, sprofondai in quest'altra ambascia: che non potevo, vivendo, rappresentarmi a me stesso negli atti della mia vita; vedermi come gli altri mi vedevano; pormi davanti il mio corpo e vederlo vivere come quello d'un altro. Quando mi ponevo davanti a uno specchio, avveniva come un arresto in me; ogni spontaneità era finita, ogni mio gesto appariva a me stesso fittizio o rifatto.
       Io non potevo vedermi vivere.
       Potei averne la prova nell'impressione dalla quale fui per cosí dire assaltato, allorché, alcuni giorni dopo, camminando e parlando col mio amico Stefano Firbo, mi accadde di sorprendermi all'improvviso in uno specchio per via, di cui non m'ero prima accorto. Non poté durare piú d'un attimo quell'impressione, ché subito seguí quel tale arresto e finí la spontaneità e cominciò lo studio. Non riconobbi in prima me stesso. Ebbi l'impressione d'un estraneo che passasse per via conversando. Mi fermai. Dovevo esser molto pallido. Firbo mi domandò:
       «Che hai?»
       «Niente,» dissi. E tra me, invaso da uno strano sgomento ch'era insieme ribrezzo, pensavo:
       "Era proprio la mia quell'immagine intravista in un lampo? Sono proprio cosí, io, di fuori, quando – vivendo - non mi penso? Dunque per gli altri sono quell'estraneo sorpreso nello specchio: quello, e non già io quale mi conosco: quell'uno lí che io stesso in prima, scorgendolo, non ho riconosciuto. Sono quell'estraneo che non posso veder vivere se non cosí, in un attimo impensato. Un estraneo che possono vedere e conoscere solamente gli altri, e io no."
       E mi fissai d'allora in poi in questo proposito disperato: d'andare inseguendo quell'estraneo ch’era in me e che mi sfuggiva; che non potevo fermare davanti a uno specchio perché subito diventava me quale io mi conoscevo; quell'uno che viveva per gli altri e che io non potevo conoscere; che gli altri vedevano vivere e io no. Lo volevo vedere e conoscere anch’io cosí come gli altri lo vedevano e conoscevano.
       Ripeto, credevo ancora che fosse uno solo questo estraneo: uno solo per tutti, come uno solo credevo d'esser io per me. Ma presto l'atroce mio dramma si complicò: con la scoperta dei centomila Moscarda ch'io ero non solo per gli altri ma anche per me, tutti con questo solo nome di Moscarda, brutto fino alla crudeltà, tutti dentro questo mio povero corpo ch’era uno anch'esso, uno e nessuno ahimè, se me lo mettevo davanti allo specchio e me lo guardavo fisso e immobile negli occhi, abolendo in esso ogni sentimento e ogni volontà.
       Quando cosí il mio dramma si complicò, cominciarono le mie incredibili pazzie.
L'idea che gli altri vedevano in me uno che non ero io quale mi conoscevo; uno che essi soltanto potevano conoscere guardandomi da fuori con occhi che non erano i miei e che mi davano un aspetto destinato a restarmi sempre estraneo, pur essendo in me, pur essendo il mio per loro (un "mio" dunque che non era per me!); una vita nella quale, pur essendo la mia per loro, io non potevo penetrare, quest'idea non mi diede piú requie.
       Come sopportare in me quest'estraneo? quest'estraneo che ero io stesso per me? come non vederlo? come non conoscerlo? come restare per sempre condannato a portarmelo con me, in me, alla vista degli altri e fuori intanto della mia?

 

[“Uno nessuno centomila”, L. Pirandello]

 


 

Cos’è questa storia del doppio? Perché in questo modo io pretendo di averne creato uno, per comodità o per malizia? E poi perché evocare questo fatto di cui ho preso coscienza solo molto più tardi? E’ molto meglio restare sul treno e raccontare il seguito. […]
Dopo quella prova,  io credo alla storia del doppio: cioè al fatto che io sarei abitato da un altro individuo – non necessariamente simpatico – del quale io avrei i gesti ma non la memoria, qualcuno che si sarebbe infilato dentro di me a mia insaputa e che vivrebbe un po’ la sua vita e un po’ la mia. Pieno di quella presenza traditrice, presi l’abitudine di abbandonare il campo e lasciarlo padrone di questa dimora. In questa storia dovrei essere io a scrivere e lui a dimenticare. Lui avrebbe l’amnesia dei libri e io i gesti dello scrivano. […]
Confesso che il mio doppio mi aiuta molto, mi salva la faccia . In realtà sono un uomo che rispetta le convenienze. Evacuo nella scrittura le fantasie e la follia. Metto nelle parole tutto quello che posso e ritengo così di salvarmi la pelle. Ci tengo a questa chiarezza . Nascondo la faccia e vado avanti, come una statua cieca guidata dall’alto. Di volta in volta tutto ciò mi diverte oppure mi angoscia. Manco alla poesia nella vita quotidiana. Manco di follia. Conservo gli atteggiamenti di un piccolo professore di filosofia, senza eccessi, proprio quello che ci vuole per passare inosservato. Qualche volta mi prende la voglia di apparire, di fare parte dello spettacolo. Mi lascio tentare. Mi lascio andare. Per vanità. Per debolezza. […]
Mi sento braccato dall’ombra che fa il mio stesso corpo; in realtà non è altro che l’ombra di una fragile sagoma che m’insegue, si appoggia sulle mie spalle e parla, mi detta quello che devo scrivere. Il problema del doppio sarebbe semplice e persino facile se si presentasse a noi con la faccia del sogno e la voce dell’assente. Ahimè, non ha né voce né volto, ma l’immensa presenza ingombrante e perversa, di sé. […]
Questa mattina alzandomi ho ripensato all’emozione e all’inquietudine del poeta che si domanda < se mai si potrà riconoscere la vita (…) Se da qualche parte rimarrà uno specchio di soccorso – dove si possa finalmente smettere di guardarsi, - dove cioè si possa vedere più in là di se stessi.>.

 

["Lo scrivano", T.B. Jelloun]

 


 

LA CONFESSIONE DI HENRY JEKYLL

 

…Per quanto vivessi una duplice esistenza e giocassi su due fronti, non ero assolutamente un ipocrita. Tutte e due le mie parti facevano dannatamente sul serio: ero sempre me stesso, sia quando, persa qualsiasi forma di controllo, mi abbandonavo a pratiche vergognose, sia quando, alla luce del giorno,  mi applicavo al progresso della scienza e mi dedicavo alla sofferenza altrui. [.....] Giorno dopo giorno e usando entrambe le parti della mia intelligenza, quella morale e quella intellettuale, andai vieppiù avvicinandomi a quella verità la cui scoperta parziale mi ha condannato a un tale, disastroso naufragio, all’idea che l’uomo non è uno, bensì due. [...]

E’ stata la parte morale in me e nella mia persona che mi ha aiutato a comprendere e riconoscere la qualità atavica dell’uomo.Tutto questo ho capito – il conflitto della due nature all’interno della mia consapevolezza , quantunque a ragione si potesse dire che ero o l’una o l’altra, tutto questo ho capito  , dicevo, semplicemente perché io , nel profondo ero entrambe. E fu fin da quei lontani inizi, prima ancora che il corso delle mie scoperte scientifiche mi avesse suggerito la possibilità nuda e cruda di un tale miracolo, , che io imparai ad abbandonarmi con piacere, come in un sogno dolcissimo, al pensiero della separazione di questi due elementi. Così mi dissi, se ognuno dei due elementi potesse essere ospitato in identità diverse e disgiunte, alla vita verrebbero meno i suoi pesi peggiori; l’ingiusto se ne andrebbe per la sua strada, sollevato dalle aspirazioni e dai rimorsi del suo più onesto gemello, mentre il giusto potrebbe procedere diritto e senza pericolo lungo il suo retto cammino, messo nella condizione di compiere quelle buone azioni che a lui danno piacere e senza più sentirsi esposto alla vergogna e al rimorso causatigli da un male a lui estraneo.[...]
Nonostante gli anni, non ero ancora riuscito a superare l’avversione in me connaturata nei confronti di una vita fatta di arido studio. A volte mi prendeva un istinto, intenso desiderio di divertirmi e poiché il tipo di piaceri che più mi aggradavano erano (a dir poco) assai poco onorevoli e la mia persona non solo molto conosciuta , ma anche altamente stimata, e ormai in età piuttosto avanzata, l’esistenza incoerente che vivevo mi pesava sempre di più. E fu per questi motivi che il potere ormai conquistato finì con il tentarmi fino a rendermene schiavo. Mi bastava bere una dose della pozione per spogliarmi di quello che un tempo era stato il corpo di un noto professore, e indossare, quasi fosse un pesante mantello, il corpo di Edward Hyde.[...]
I piaceri, di cui, sotto le mie nuove spoglie, andavo alla ricerca erano, come ho detto, a dir poco indegni, non credo di dover usare un termine più severo. Ma nelle mani di Edward Hyde, essi si tramutarono di li a poco in piaceri mostruosi. Così quando tornavo dalle mie imprese , mi capitava spesso di piombare in una sorta di sorpreso stupore al pensiero della depravazione di cui era capace il mio sostituto. Quell’essere a me familiare che io sollecitavo a uscire dalla mia anima e andarsene da solo in cerca  del suo personale godimento, era in realtà un essere per costituzione tristo e meschino che al centro di ogni atto e pensiero, non aveva altri che se stesso, che con bestiale avidità traeva piacere da ogni genere immaginabile di tortura, spietato come un uomo dal cuore di pietra. Henry Jekyll restava a volte atterrito di fronte alle azioni di Edward Hyde , ma lo stato delle cose andava ben oltre le leggi comuni, ne prescindeva e subdolamente allentava la morsa della coscienza. Dopo tutto era Hyde, solo Hyde, il vero colpevole, mentre Jekyll quando tornava in sé, alle sue buone qualità all’apparenza intatte, non era certo peggiore di prima. Anzi spesso si affrettava persino, ogni  qualvolta ne avesse l’opportunità, a rimediare al male fatto da Hyde. in questo modo la sua coscienza rimaneva assopita.[…]
Quella mia seconda natura che io avevo il potere di proiettare si era di recente irrobustita, esercitandosi ogni volta di più; mi era anche parso che ultimamente Edward Hyde fosse cresciuto in altezza, quasi io sentissi – quando indossavo le sue sembianze – che il sangue mi scorreva nelle vene con più vitale energia. Allora cominciai a scorgere segnali di pericolo. […]
Tutto quindi sembrava portare a questo: stavo lentamente perdendo il controllo della mia parte migliore, del mio originario io, e mi stavo accorpando al mio secondo e peggiore io. Ora sentivo che sarei stato costretto a scegliere tra i due.[…] Per singolari che fossero le circostanze, i termini della questione erano quindi banali e antichi come l’uomo: ogni peccatore al momento della tentazione e della paura, si trova a dover sceglier tra le stesse lusinghe e le stesse ansie. E, come per la maggior parte del genere umano, fu così anche per me: scelsi il lato migliore per trovarmi poi nella condizione di non sapere come restargli fedele. […]
Poi il tempo prese a smussare l’acutezza delle mie preoccupazioni; l’elogio della coscienza a trasformarsi in una voce abituale mentre impulsi e desideri presero a torturarmi come se Hyde si stesse dibattendo dentro di me per liberarsi e fuoriuscire. Così alla fine, in un momento di debolezza morale, mi ripreparai la pozione e la bevvi fino all’ultima goccia.[…]
All’istante, dentro di me si svegliò impazzito lo spirito dell’inferno. Fu con gioia e trasporto che maltrattai duramente il corpo d’un uomo che non opponeva resistenza e fu solo alla fine, all’apice del delirio di cui ero preda. Quando mi sentivo ormai privo di forze, che il brivido della paura m’attanagliò al cuore, ghiacciandomi. […]
Ma tutto giunge prima o poi a una fine e anche la misura più capace si riempie. Così quel mio leggero cedimento di poco conto nei confronti del male riuscì in ultima istanza a distrugger l’equilibrio dell’anima. Nondimeno ancora non mi sentivo eccessivamente preoccupato: la caduta mi parve naturale, quasi un ritorno ai vecchi tempi, prima della mia scoperta………………… […]

 

 [“Il dottor Jekyll e Mr. Hyde”, R.L. STEVENSON]

 


 

E potevi immaginarti in un cielo tutto di foglie. E come pioggia d’autunno guardarlo cadere. Elena rideva offrendole vino. Rideva isteria e Virginia sapeva che nascondeva qualcosa. Le prese il viso tra le mani.
Disse smetti di ridere
Disse se vuoi raccontami.
Il cielo tutto di foglie. Tra le mani il suo viso. Iniziò a singhiozzare. Come pioggia d’autunno che puoi guardare cadere lasciò il corpo scivolare sul prato.
Nessuna ombra. Nessuna protezione. Solo una frase ripetuta a nessuno.
Diceva < Io non sono ciò che credi >. Lo ripeteva con dipinta sul viso una di quelle espressioni da non vedere. Virginia non chiese nulla.
Strinse tra le braccia la disperazione. A quella disperazione accarezzò i capelli. Regalò voce. Raccontò favole.

 

[“Lovers” I. Santacroce]

 


 

Molto spesso nella mia esistenza, ho avuto la bizzarra coscienza che il mio essere si sdoppiava e che altri esseri vivevano o avevano vissuto in lui, in altri tempi o in altri luoghi… Non tutto in queste lontane visioni dell’essere era un sogno. Quando, bambino, ti pareva, durante il sogno, di cadere nel vuoto da un’altezza infinita; quando credevi volare nell’aria come gli uccelli del cielo; o quando guardavi con orrore strisciare intorno ai tuoi piedi affondati nel fango migliaia di ragni ripugnanti… e tu vedevi sorgere o tramontare strani soli che non sono di questo mondo; tutto ciò forse non era un vano sogno della mia immaginazione riscaldata e febbricitante… Quando ebbi ancora quattro o cinque anni e, senza essere ancora io, cominciai a sentire formarsi la mia personalità, mi parve che migliaia di esseri lottassero in me, che tutte queste vite preesistenti tentassero di incorporarsi nella mia esistenza presente, della quale esse, a piacimento, tiravano lo stampo in sensi diversi. E nella mia giovane anima ne risultava una confusione indefinibile.

 

[“Il vagabondo delle stelle” London 1992]

 


 

Mi stringo, tra le braccia indolenzite del mio corpo. Scendo in fondo in fondo come per evadere. Mi lascio scivolare in una piega della pelle e l’odore di questa valle mi piace. […]
Quale rito del naufragio strappato via dal mare per i capelli? Sono chiuso dentro a un’immagine e le onde alte mi inseguono. Casco. Svengo. E’ possibile venir meno nel sonno e, perdendo conoscenza, non riconoscere più con la mano gli oggetti abituali? Ho costruito la mia casa con immagini che girano su se stesse. Non sto giocando. Cerco di non morire. Ho almeno tutta la vita per rispondere a una domanda: chi sono? E chi è l’altro? Una burrasca del mattino? Un paesaggio immobile? Una foglia tremula? Un filo di fumo bianco i cima ad una montagna? Un getto d’acqua pura? Un pantano visitato dagli uomini disperati? Una finestra su un precipizio? Un giardino dall’altra parte della notte? Una vecchia moneta di metallo? Una camicia che ricopre un cadavere? Un po’ di sangue tra due labbra socchiuse? Una maschera messa male? Una parrucca bionda su una testa grigia? Scrivo tutte queste parole  sento il vento, non fuori, ma dentro alla mia testa; soffia forte e sento sbattere le persiane attraverso le quali entro nel sogno. Vedo una porta penzolare. Cadrà là dove ho l’abitudine di posare la testa per accogliere altre vite, per accarezzare altri volti, volti tenebrosi o allegri, ma che io amo dal momento che sono io che li invento. Li faccio molto diversi dal mio, difformi o sublimi carpiti dalla luce del giorno e appesi ai rami dell’albero come le conquiste della strega. Talvolta l’inverno di quei volti mi assassina. Li abbandono… vado a cercare da qualche altra parte. Prendo delle mani. Le scelgo grandi e sottili. Le stringo, le bacio, le succhio. Me ne ubriaco. Le mani mi resistono meno. Non sanno fare smorfie. Le facce si vendicano della mia libertà facendo smorfie per tutto il tempo. E’ per questo che non le prendo più in considerazione. Non in modo aggressivo. Ma le metto da parte; le ammucchio. Si schiacciano. Soffrono. Ce n’è che arrivano a gridare. Strilli da gufo miagolii. Stridore di denti. Facce indifferenti. Né uomo né donna. Ma persone di una bellezza assoluta. Anche le mani mi ingannano. Soprattutto quando cerco di accoppiarle ai volti. La cosa più importante è evitare il naufragio. Il rito del naufragio mi ossessiona. Rischio di perdere tutto e non ho voglia di trovarmi fuori con gli altri. La mia nudità è il mio privilegio sublime. La contemplo solo io. Solo io la maledico. Io danzo. Piroetto. Batto le mani. Batto i piedi per terra. Mi sporgo sulla botola dove caccio le mie creature. Ho paura di cascare e di confondermi con qualcuno di quei volti senza sorriso. Piroetto e mi porto via nella vertigine. […]
Questo corpo è fatto di fibre che accumulano il dolore e intimidiscono la morte. Questa è la mia libertà. L’angoscia si ritira ed io resto solo a lottare fino all’alba. Al mattino crollo di fatica e di gioia. Gli altri non possono capire. Sono indegni della mia follia. Così sono le mie notti: incantate. Mi piace anche issarle in cima alle rocce e aspettare che il vento le scuota, le lavi, le separi dal sonno, le liberi dalle tenebre, le spogli e me le riporti avvolte soltanto dalla nuvola dei sogni. Allora tutto diventa limpido. Dimentico. Sprofondo dolcemente nel corpo aperto dell’altro. Non interrogo nessuno perché non c’è risposta per le mie domande. Lo so bene perché vivo dalle due parti dello specchio. In verità non sono serio. Mi piace giocare anche se devo fare del male.

 

[“Creature di sabbia”. T. Ben Jelloun]

 


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