Fantasia

Joan Mirò
L'incontro
avvenne in una notte gelida di plenilunio. La pattuglia, appostata in un angolo
scuro di piazza Cinquecento, avvistò il Babau vagabondo che navigava
placido a circa trenta metri d'altezza, simile a dirigibile giovanetto. Gli
agenti, il mitra puntato, avanzarono.
Intorno non un'anima viva. Il breve crepitio delle raffiche si ripercosse, d'eco
in eco, molto lontano. Fu una scena bizzarra. Lentamente il Babau si girò su sè
stesso senza un sussulto e, zampe all'aria, calò fino a posarsi sulla neve.
Dove giacque supino, immobile per sempre.
La luce della luna si rifletteva sul ventre enorme e teso, lucido come
guttaperca.
[...]
Si disse che in cielo, mentre la creatura moriva, risplendesse non una luna, ma
due. Si raccontò che per tutta la città uccelli notturni e cani si
lamentassero lungamente. Si sparse la voce che molte donne, vecchie e bambine,
ridestate da un oscuro richiamo, uscissero dalle case, inginocchiandosi e
pregando intorno all'infelice.
Tutto ciò non è storicamente provato.
Di fatto, la luna proseguì senza scosse il suo viaggio prescritto
dall'astronomia, le ore placidi, passarono regolarmente ad una ad una, e tutti i
bambini del mondo continuarono a dormire senza immaginare che il loro buffo
amico se n'era andato per sempre.
Era molto più delicato e tenero di quanto si credesse. Era fatto di
quell'impalpabile sostanza che volgarmente si chiama favola o illusione: anche
se vero.
Galoppa, fuggi, galoppa, superstite fantasia. Avido di sterminarti, il mondo
civile ti incalza alle calcagna, mai più ti darà pace.
["Il Babau" ne "Le notti difficili". D. Buzzati]
Sul
davanzale della finestra di Bartleboom, questa volta se ne stavano in due. Il
solito bambino e Bartleboom. Le gambe a penzoloni, nel vuoto. Lo sguardo a
penzoloni, sul mare.
-
Senti, Dood…
Dood,
si chiamava, il bambino.
-
Visto che te ne stai sempre
qui…
-
Mmmmh.
-
Tu magari lo sai.
-
Cosa?
-
Dove ce li ha, gli occhi, il
mare?
-
Perché ce l’ha, vero?
-
Sì. -
E dove cavolo sono?
-
Le navi.
-
Le navi cosa?
-
Le navi sono gli occhi del mare.
Rimane
di stucco, Bartleboom. Questa non gli era proprio venuta in mente.
-
Ma ce n’è a centinaia di
navi…
-
Ha centinaia di occhi, lui. Non
vorrete mica che se la sbrighi con due.
Effettivamente.
Con tutto il lavoro che ha. E grande com’è. C’è del buon senso, in tutto
quello.
-
Sì, ma allora, scusa…
-
Mmmmh.
-
E i naufragi? Le tempeste, i
tifoni, tutte quelle cose lì… Perché mai dovrebbe ingoiarsi quelle navi, se
sono i suoi occhi?
Ha
l’aria perfino un po’ spazientita, Dood, quando si gira verso Bartleboom e
dice
-
Ma voi… voi non li chiudete
mai gli occhi?
…………………………….
[“Oceano mare”, A. Baricco]
C’era
una volta un punto che litigava sempre con una virgola. A dire il vero, la
virgola gli scodinzolava intorno prendendolo in giro: gli diceva che era uno
zero, che non valeva niente, che non serviva a nulla; lui, invece, zitto e
immobile, soffriva atrocemente, ma non reagiva. Dall’esterno il suo
comportamento poteva sembrare
indifferente, infatti il punto era ineccepibile nella sua funzione di punto
silenzioso e immobile, se non per il fatto che, di giorno in giorno, si stava
gonfiando sempre di più.
In realtà, nonostante le apparenze, nel suo intimo il punto detestava quella
virgola, si sentiva come se la rabbia lo avesse riempito tutto fino all’orlo e
ormai non fosse più in grado di contenerla all’interno delle sue piccole
dimensioni originali.
Giorno dopo giorno la virgola lo canzonava e lui, zitto e immobile, si gonfiava,
tanto che cominciava a stare un po’ stretto anche in casa.
La sua casa, da sempre, era la pagina di un libro: la 123, alla riga 34 fra la
parola cane e il verbo Stavo.
La virgola abitava al piano di sopra, alla riga 33, tra la parola cane
e il pronome che. La sua era un’esistenza piuttosto sedentaria e tranquilla, di
poche parole e di poche avventure. Quella della virgola, invece era zeppa di
emozioni e di suoni. Intorno al punto vivevano tante parole che chiacchieravano
tutto il giorno, virgole che scodinzolavano e ciarlavano. Lui invece stava
sempre zitto e fermo e per questo lo prendevano in giro.
D’altra parte il mestiere di punto era molto antico e i suoi segreti venivano
tramandati di generazione in generazione. Suo nonno era stato un punto piuttosto
importante: quello dopo l’ultima parola di un libro di 1000 pagine. Era stato
proprio il nonno a insegnarli tutti i segreti del mestiere: gli aveva spiegato
che un punto deve sempre ricordarsi di essere l’unico legame fra il silenzio e
il suono delle parole, che deve stare zitto e immobile al suo posto come una
diga in mezzo a un fiume. Perché il punto è interruzione e silenzio fra due
fiumi di parole. A dire il vero, il nonno l’aveva anche messo in guardia
contro le virgole: gente poco affidabile, diceva, da cui era meglio tenersi alla
larga… Ma chi l’avrebbe mai detto che sarebbe capitata proprio a lui una
come quella della riga 33! Il nonno gli aveva anche parlato dei rischi che
correva un punto troppo agitato, o che si fosse messo a parlare
sconsideratamente. Gli aveva raccontato di incredibili trasformazioni in mostri
striscianti e in altre creature terribili che lo avevano sempre atterrito, e così
lui aveva deciso di starsene zitto e immobile per non correre rischi.
Ma quella mattina, dopo l’ultima visita della virgola della riga 33, la rabbia
gli era esplosa dentro ed era cresciuta tanto che il povero punto non ci stava
più nello spazio bianco tra la parola cane
e il verbo Stavo. Era praticamente
finito sopra un pezzo di frase che, infastidito dalla sua ingombrante presenza,
cercava di ricacciarlo al suo posto, ma il poverino aveva perso l’equilibrio
e, ormai fuori controllo, rotolava e scivolava sulla pagina creando uno
scompiglio indefinibile tra le righe 44 e 45 che si erano tutte aggrovigliate
fra loro ed emettevano suoni incomprensibili e versi imbarazzanti.
Le lettere dell’alfabeto e la punteggiatura saltavano via da tutte le parti,
confondendo i soggetti con gli aggettivi, per non parlare dei verbi che non
sapevano più dove andare. La caduta del punto era ormai inarrestabile: rotolava
e rimbalzava fra le pagine allibite, finché con un gran tonfo si trovò
sbattuto fuori dal libro, sopra un tavolo. Durante la caduta, forse a causa
dello spavento, il poverino aveva avuto delle inquietanti visioni, quasi delle
traveggole, popolate da forme e colori a lui sconosciuti. Nell’ordinaria
pagina del libro non aveva mai visto che nero e bianco. Ora invece il suo animo
risuonava di strani suoni, i suoi occhi erano pieni di giallo, rosso e azzurro e
lui si sentiva davvero molto male.
Con tutte le forze cercò di scacciare dalla mente quelle imbarazzanti visioni
colorate, ma era tutto così nuovo per lui che non sapeva bene come comportarsi.
Che fossero quelli i mostri di cui gli aveva parlato il nonno? Alla sola idea si
irrigidì tutto. […]
Ma, nonostante la situazione a dir poco drammatica, il punto non era più tanto
sicuro di voler tornare indietro a rimettere in ordine tutto quel caos, per
farsi poi prendere in giro da quella stupida di una virgola. Ora si sentiva
meglio. I suoni erano cessati, i colori svaniti e dopo tutto quel salto nel
vuoto era stato divertente: anzi, a dire il vero, era stato l’unica cosa
divertente e colorata della sua vita.
[“Vassily Kandinsky”. C.C. Legora]