Parole 


Jean Michel Basquiat

 

Aprii le finestre dello studio e feci un esperimento di forza di gravità. A lasciar cadere un lettore di cd e un computer portatile dalla stessa finestra e nello stesso istante, quale dei due toccherà terra per primo? Che insieme caschino le parole. Odio. Rabbia. Dolore. Mi hanno detto che le parole costano poco. Le parole sono cose leggere che non cambiano nulla. Parole-volano che ci siamo scambiati a racchettate. Nulla è reale salvo la destrezza del gioco. Perché non sono cadute, quelle parole di gomma e di piuma? Perché mi sono rimaste attaccate alle dita? Cornici di foto e schedari li ho scagliati con energia da discobolo, li ho visti restare sospesi a mezz’aria un attimo prima che cadessero. Mi sono sentita Olimpica. Ero campionessa del mondo. Ho lanciato e lanciato e finalmente sono rimasta sola nella quiete da Buddha della sua stanza vuota. Inspira. Espira.Avevo le dita appiccicose. Odio. Rabbia. Dolore. Le parole si rifiutavano di cadere. Sanguinavano parole. Sono andata in bagno e ho cercato di lavarmele via, ma quando ho ritirato la mano da sotto l’acqua chiara e fredda, le parole sono sgorgate di nuovo, rosse e liquide, parole di pericolo, parole spezzate. Allora mi è venuto da piangere. Mi sono inginocchiata, la testa contro il vavandino, riempito come un’offerta e nessuno cui offrirla. Un mare salato e nessuna nave sopra. Sangue e lacrime, e parole sbriciolate, e parole inadatte all’uso umano. Senza amore cosa significa umano?

[“Simmetrie amorose” J. Winterson ]


 

 Le parole e le frasi venivano fuori da ogni parte e, siccome il locale era chiuso e poco illuminato, quello che dicevano era come trattenuto dal vapore e restava sospese sopra le loro teste. Vedevo le parole salire lentamente per andare a sbattere contro il soffitto umido. Lassù, come stracci di nuvola , si scioglievano al contatto con la pietra per ricadere in goccioline sulla mia faccia. Mi distraevo così; mi lasciavo ricoprire di parole che scivolavano in rivoletti sul mio corpo, ma passavano sempre le mutandine e così il mio basso ventre era risparmiato da queste parole trasformate in acqua. Capivo praticamente tutto e seguivo il percorso che prendevano quelle frasi che, arrivate al livello superiore del vapore, si mescolavano per dare luogo ad un discorso strano e spesso strampalato. In ogni caso questo mi divertiva. Il soffitto era come un pannello o una lavagna. […]
C’erano parole che cadevano frequentemente e più in fretta delle altre: la notte, la schiena, i seni, il pollice…, pronunziate appena, le ricevevo in piena faccia. Però non sapevo che farmene. Comunque le mettevo da parte e aspettavo di essere alimentato con altre parole e altre immagini. Curiosamente, le gocce che cadevano su di me erano salate. Mi dicevo allora che le parole avevano il gusto e il sapore della vita. […]Inventavo giochi con le parole e ciò dava luogo, qualche volta, a frasi ricadute sulla testa, del genere: “la notte il sole sulla schiena in un corridoio dove il pollice dell’uomo, mio marito, nella porta del cielo il ridere…”, poi improvvisamente una frase sensata: “l’acqua scotta…dammi un po’ della tua acqua fredda…” Queste frasi non avevano il tempo di sollevarsi verso i vapori che stavano in alto. Erano dette in tono banale e spiccio; non facevano parte delle chiacchiere.  Infatti mi sfuggivano , ma questo non mi imbarazzava affatto. Cosa avrei potuto fare io con quelle frasi sceme , vuote, incapaci di sollevarsi e di farmi sognare. C’erano parole rare e che mi affascinavano perché pronunciate a voce bassa,  come per esempio mani, qlaoui, taboun… Ho saputo più tardi che erano parole sul sesso e che le donne non avevano diritto di usare: “sperma”, “coglioni”, “figa”… Queste parole non cadevano più. Dovevano restare appiccicate alle pietre della volta che venivano impregnate della loro tinta sporca, biancastra o bruna. Ci fu una volta un battibecco tra due donne per via di un secchio d’acqua: si erano scambiate degli insulti dove quelle parole ricorrevano spesso, e a voce alta. In quel caso vennero giù come una pioggia e me la sono goduta a raccoglierle e a nascondermele nelle mutande. Non potevo tenermele addosso per molto tempo perché mi facevano il solletico. Quando mia madre mi insaponava era stupita di constatare quanto ero sporco. E io non potevo spiegarle che il sapone che colava si portava via tutte le parole sentite e accumulate durante il pomeriggio. Quando mi ritrovavo pulito, mi sentivo nudo, come spogliato di stracci che mi tenevano caldo.

[ “Creature di sabbia” T. B. Jelloun ]


 

Si sono portati via le mie parole nell’oscurità e a volte mi capita di cercarle, tenendo l’orecchio nel silenzio. Il silenzio ascolta beffardo. Io e lui lo sappiamo, le parole non torneranno.
Tutte le parole del mondo, in tutte le lingue, espressioni e accezioni, sono già state dette. Hanno preso forma in migliaia di bocche e cervelli, tutte quante.
Non me ne hanno lasciata neanche una.
L’oscurità mi taglia fuori dello spazio degli altri e allo stesso tempo mi protegge. Mi esclude spietatamente eppure mi dà forza. Una forza che non riconosco e non capisco.
Sembra l’abisso. Mi immergo nei miei orribili rumori e taccio.

[“Il tempo di Blanca”  M. Serrano]


 

Le  bastava chiudere gli occhi per rivedere davanti a sé la magnificenza dei colori mai visti prima, dei fiori nascenti dall’acqua scura. E le voci del sole, della luna e delle stelle le risuonavano ancora con tale nitidezza all’orecchio, che ne provava a bocca chiusa la melodia. Così facendo si formarono nella sua mente delle parole nuove, che esprimevano davvero il profumo dei fiori e dei loro colori mai visti! Erano le voci della memoria di M. che dicevano queste parole, eppure soltanto per quel ricordo, era accaduto qualcosa di straordinario! M. non solo ci ritrovava quello che aveva visto e udito, ma di più, sempre di più… Le bastava ascoltare attentamente in se stessa per poterle ripetere, anzi cantarle. Le cose dette erano meravigliose e segrete ma, mentre M. ne ripeteva le parole, ne comprendeva anche il significato.
Questo dunque intendeva dire M.H. quando l’aveva avvisata che innanzitutto le parole dovevano crescere nella sua anima! Oppure non era stato altro che un sogno?
E niente era realmente accaduto?

 

[“Momo” M. Ende ]

 


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