Solitudine


Piet Mondrian 

Chi vola alto è sempre solo.
(R. Nurejev)

“Non so. Le cose più strane…Ma non è paura, proprio paura…è un po’ diverso… la paura viene da fuori, questo io l’ho capito, tu sei lì e ti arriva addosso la paura, ci sei tu e c’è lei…è così…c’è lei e ci sono anch’io, e invece quel che succede a me è che d’improvviso io non ci sono più, c’è solo lei, che però non è paura…io non so cosa sia, voi lo sapete?”
“Si signore”
“E’ un po’ come sentirsi morire. O sparire. Ecco sparire. Sembra che gli occhi ti scivolino via dalla faccia, e le mani diventano come le mani di un altro, e allora tu pensi cosa mi sta succedendo? E intanto il cuore ti batte dentro da morire, non ti lascia in pace… e da tutte le parti è come se dei pezzi di te se ne andassero, non li senti più… insomma te ne stai per andare, e allora io mi dico devi pensare a qualche cosa, devi tenerti aggrappata a un pensiero, se riesco a farmi piccola in quel pensiero poi tutto passerà, bisogna solo resistere, ma il fatto è che… questo è davvero l’orrore… il fatto è che non ci sono più pensieri, da nessuna parte dentro di te, non c’è più un pensiero ma solo sensazioni, capite? Sensazioni… è quella più grande è una febbre infernale, è un tanfo insopportabile, un sapore di morte qui nella gola, una febbre, una morsa, un demonio che ti morde e ti fa a pezzi, una…”
“Scusate, signore”
“Si, ci sono volte in cui è molto più… semplice, voglio dire, mi sento sparire, sì ma dolcemente, piano piano… è l’emozione, Padre Pluche dice che è l’emozione, dice che non ho nulla che mi difende dall’emozione e così è come se le cose entrassero direttamente nei miei occhi e nelle mie…”
“Nei miei occhi, si”.
“No, io non me lo ricordo. Io so che sto male, ma… Alle volte ci sono cose che non mi spaventano, voglio dire, non è sempre così, l’altra notte c’era un temporale terribile, lampi, vento… ma io ero tranquilla, davvero, non avevo né paura né niente… Poi però basta un colore, magari, o la forma di un oggetto, o… o la faccia di un uomo che passa, ecco, le facce… le facce possono essere tremende, non è vero? Ci sono delle facce ogni tanto così vere, a me sembra che mi saltino addosso, sono facce che urlano, capite cosa voglio dire? ti urlano addosso, è orribile, non c’è modo di difendersi, non c’è modo…”       

 

 

 [ “Oceano mare” Baricco 1994]


 

Li vedo: durante la conversazione uno di colpo si distrae, sta fermo e pensieroso, magari pochi secondi ma è quanto basta per capire che la sua verità è là, dentro quel silenzio. Come uno che dinanzi a casa stia conversando con gli amici e a un tratto li lascia, corre dentro a vedere chissà cosa e subito dopo ritorna, col volto di prima tale e quale, e nessuno sa che cosa sia andato a fare e se qualcuno glielo domanda, lui risponde "niente", e d'altra parte non si poteva scorgere nulla attraverso la porta quando lui l'ha aperta, che cosa ci fosse dietro, non si vedeva che un rettangolo di buio.
Una immensa piazza, dunque, con intorno un'infinità di case, questa è la vita;
e, in mezzo, gli uomini che trafficano fra di loro e nessuno riesce mai a conoscere le altre case; soltanto la propria e in genere male anche questa perché' restano molti angoli bui e talora intere stanze che il padrone non ha la pazienza o il coraggio di esplorare. E la verità' si trova soltanto nelle case e non fuori. Cosicché' del restante genere umano non si sa mai niente.
L'uomo passa distratto in mezzo a questi infiniti misteri e ciò non sembra
poi dispiacergli eccessivamente.

 

["In quel preciso momento", 1950. D. Buzzati]


 

Vorrebbe che gli fosse permesso di stendersi in un angolo, nell’ombra, per ascoltarla parlare ancora, così dritta nella luce… L’ha compresa per tanto tempo, l’ha così violentemente sentita, che ora gli pare faccia un po’ parte di se stesso, e che siano un po’ del suo cuore, così greve, un po’ delle sue lacrime, un po’ dei suoi stessi occhi ad andarsene quando lei se ne va…

 

[“Poesie 1886-1933”. L.P. Fargue]


 

Con i pescatori e la vita sul fiume, le belle chiatte con la loro vita a bordo, i rimorchiatori con i fumaioli che si piegavano in dentro per passare sotto i ponti, tirandosi appresso una fila di chiatte, i grossi olmi sulle rive di pietra della Senna, i platani e in certi punti i pioppi, lungo il fiume non mi sentivo mai solo. Con tanti alberi in città, vedevi la primavera approssimarsi di giorno in giorno finché, dopo una notte di vento caldo, il mattino te la portava improvvisamente in camera. A volte le piogge fredde e sferzanti la respingevano tanto da darti l’impressione che non sarebbe mai venuta e che avresti perso una stagione una stagione della tua vita. Questo a Parigi era l’unico vero momento di tristezza, perché era un fatto innaturale. Non ti meravigliavi di essere triste durante l’autunno. Una parte di te moriva ogni anno quando le foglie cadevano dagli alberi e i loro rami si stagliavano nudi contro il vento e la fredda luce invernale. Ma sapevi che vi sarebbe sempre stata la primavera, come sapevi che il fiume sarebbe tornato a scorrere dopo il disgelo. Quando le fredde piogge si susseguivano e uccidevano la primavera, era come se un giovane fosse morto senza ragione. Allora, però, la primavera finiva sempre per arrivare; ma era spaventosocce per poco non fosse mancata all’appuntamento. 

 

[“Festa mobile”. E. Hemingway]


 

In fin dei conti, pensavo, non sono mai solo, in questo momento sto camminando con l’Idiota, insieme ce ne andiamo in giro per Vicenza. Tutti credono che io sia solo, ma io solo non sono mai. Entro in un caffè, mi siedo a un tavolino, ordino un cappuccino tiepido e un’acqua minerale gassata, mi siedo e mi guardo in giro, e magari il caffè è pieno di gente e nessuno è da solo. Mi accorgo che tutti mi guardano, perché io sono solo, così pensano loro, toh, pensano, dove andrà in giro da solo? Ma io non sono solo. Mi siedo al tavolo a prendere un cappuccino col giovane Golden, oppure col giovane Torless, col giovane Werther, coi fratelli Karamazov, con un vecchio e il suo mare, con Almayer che era pazzo, con Nostromo, con Jacob von Gunten, addirittura una volta con Anna Karenina mi son preso un caffè al Garibaldi. Oggi cammino con l’Idiota …

 

[ “Un mondo meraviglioso”. V. Trevisan]


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