Vivere

(Nudo Rosso) Amedeo Modigliani
Vivere
è la cosa più rara del mondo: i più, esistono solamente.
(O. Wilde)
”Avevi talento”
”E per cosa?”
“Per vivere. Tu conoscevi la tecnica. Ci vuole un talento speciale, sai per
aver la voglia di fare le cose, di andare avanti. Specializzarsi in qualcosa,
stufarsi e lasciar perdere: ci vuole un vero talento per fare questo percorso
fino in fondo. La maggior parte delle persone non ce l’ha e gira intorno alla
stessa cosa per tutta la vita. Ma ti ricordi com’eri? Eri incredibile. Mi
facevi paura, e sai che anch’io mica scherzo. A volte pensavo che fossi
posseduta, non ho mai conosciuto una persona così, insaziabile. E dire che di
persone ne ho viste tante, ma non ho mai trovato in nessuno la tua intensità,
la tua vena di follia… Se c’è una cosa che ho imparato è riconoscere la
gente. Tu sei una persona speciale, stare con te è come vedere un film.
[“Lucertola” Yoshimoto 1993]
Poi mi siedo sul divano. Prima arrivano le immagini della giornata passata. Lascio che se ne vadano. Poi arrivano i ricordi di quando eri piccola, ora leggermente deprimenti, ora leggermente gai, e lascio che seguano gli altri. Poi viene la pace. A quel punto metto su un disco, mi siedo e piango. Non piango per qualcuno o per qualcosa. In un certo senso la vita che ho l’ho creata io, e non la desidero diversa. Piango perché nell’universo c’è una cosa bella come Kremer che suona il concerto per violino di Brahms.
[“Il senso di Smilla per la neve” Hoeg, 1996]
Ognuno deve lasciarsi qualche cosa dietro quando muore, diceva sempre mio nonno: un bimbo o un libro o un quadro o una casa o un muro eretto con le proprie mani o un paio di scarpe cucite da noi. O un giardino piantato col nostro sudore. Qualche cosa insomma che la nostra mano abbia toccato in modo che la nostra anima abbia dove andare quando moriamo, e quando la gente guarderà l’albero o il fiore che abbiamo piantato, noi saremo là.
[“Fahrenheit 451” Bradbury, 1989]
Ieri
ti guardai negli occhi, o vita, e il cuore mi si fermò. Al mio piede, alla sua
follia della danza, gettasti uno sguardo che ride, interroga, oscilla e consuma:
due volte soltanto sfiorasti con le piccole mani i tuoi sonagli, e già il mio
piede fremeva folle di danzare: i talloni si sollevarono, le dita si misero in
ascolto, per afferrarti:…balzai verso di te: e tu ti ritraesti fuggendo d’un
balzo…balzai via da te e dai tuoi serpenti: e già tu stavi immobile,
l’occhio pieno di desiderio.
Ti temo vicina, ti amo lontana; la tua fuga mi attrae, il tuo cercarmi mi
arresta: soffro, ma che cosa non soffrirei con gioia per te!…
“Tu ed io siamo due veri buoni a nulla e cattivi a nulla. Al di là del bene e
del male trovammo la nostra isola e il nostro prato verde – noi due soli! Già
per questo dobbiamo volerci bene. E anche se non ci amiamo di amore profondo,
…io ti voglio bene e spesso fin troppo….
["Così parlò Zaratustra". F. Nietzsche].
“Talvolta di
fronte ai nostri desideri, alle voglie e agli impulsi, siamo impotenti e questo
ci provoca un tormento che spesso è insostenibile. Questo sentimento ti
accompagnerà tutta la vita, a volte lo dimenticherai, altre sarà come
un’ossessione. Una parte dell’arte di vivere dipende dalla capacità di
combattere la nostra impotenza. Naturalmente è difficile perché l’impotenza
genera la paura. Distrugge le nostre reazioni, l’intelligenza, il buon senso,
e apre la porta alla debolezza. Conoscerai la paura e dovrai combatterla, ma non
rimpiazzarla con delle esitazioni troppo lunghe. Rifletti, decidi e agisci! Non
avere dubbi, perché l’incapacità di fare le proprie scelte genera un male di
vivere. Ogni problema può diventare un gioco, e ogni decisione presa potrà
aiutarti a capire e a conoscere meglio te stesso.
“Fai muovere il mondo, il tuo mondo! Guarda questo paesaggio che si offre ai
tuoi occhi, ammira come la costa sia cesellata tanto finemente da sembrare un
pizzo, osserva come il sole riesce a fare vivere mille luci diverse. Ogni albero
oscilla sotto le carezze del vento. Credi forse che la natura per inventare
tutti questi dettagli, questa densità, abbia avuto paura? La cosa più bella
che la terra ci ha donato, quello che ci rende esseri umani, è la felicità di
condividere. Chi non ne è capace è menomato nelle sue emozioni. Vedi Arthur,
questa mattina che abbiamo trascorso insieme rimarrà impressa nella tua
memoria. Quando io non sarò più qui, questo ricordo sarà dolce perché
abbiamo condiviso questo momento.
[“Se solo fosse vero”, M. Levy]
Lessi
una storia di un commerciante, un contadino ed un pittore: la storia di tre
uomini che, per ragioni assolutamente diverse, soffrivano molto, si sentivano
disperati. Alla ricerca di sollievo, il commerciante, il contadino e il pittore
erano andati a chiedere aiuto a un saggio. L’anziano
li ricevette e volle sapere quale fosse la causa delle loro pene.
-
Soffro molto maestro:
sono commerciante e ieri, mentre andavo al mercato, mi hanno rubato tutto il
denaro.
- Anch’io
soffro molto – disse il contadino.
- La
giovane che amo… si è innamorata di un taglialegna. Torna dal bosco assai
felice e a me…non mi guarda.
- Io
soffro molto – disse l’artista.
- Per
l’imperfezione delle mie opere. Non riesco neppure a rappresentare bene, sulla
seta, la mia stessa sofferenza.
Il saggio mise le mani a
coppa e disse: “Unite le mani come faccio io. Poi ciascuno poserà nella coppa
la causa della sua sofferenza: il denaro, la ragazza, i disegni… Ecco, ora
osservate in silenzio le vostre mani.
Passò più di un’ora
prima che il saggio parlasse di nuovo.
- Come
vi sentite?
- Ma…
per la verità io mi sento peggio di prima. - Rispose il commerciante.
- Penso
che sia stato un errore chiederle aiuto… anch’io soffro più di prima
– si lamentò il contadino.
-
Anch’io. – disse il pittore.
- Allora,
- disse il saggio – vi consiglio di unire di nuovo le mani a coppa, però,
visto che mi sembrate molto sofferenti e affaticati… questa volta vi consiglio
di lasciarle vuote. Osservate…osservate in silenzio la coppa vuota…
Un’ora dopo il saggio tornò a parlare, e fu per ripetere la domanda:
- Come
vi sentite?
Il primo a rispondere fu
il contadino, lo fece con una sola parola, e poi se ne andò. Poi fu l’artista
ad alzarsi, fece una riverenza, disse:
- Molte
grazie, maestro. – e se ne andò.
Per ultimo si mise in
piedi il commerciante, si chinò davanti al saggio, disse:
- Grazie.
– e se ne andò.
[“Il rumore della brina”. Mattoti & Zentner]
Non è soltanto quando stai morendo che l’intera vita ti passa in un lampo davanti agli occhi. Per certe persone, capita un giorno in cui tutti i sogni insorgono ribellandosi alla quotidianità dell’esistenza. Può accadere in metropolitana, al volante di un’auto, su un ponte mentre guardi giù verso l’acqua. Può accadere al mattino presto. Forse è l’aroma del caffé che ti riporta ad un giorno lontano, quando ancora avevi il coraggio di sognare. Oppure una vecchia canzone ti riporta alla tua giovinezza, a un te stesso audace, crisalide di farfalla. Dovunque capiti, in qualunque modo e in qualunque momento capiti, una cosa è certa, tu muori e rinasci.
["Canto d'amore all'Harvest moon". K. McKinnon]
Le pagine della vita, le ore, voglio dire, i giorni astronomici e i mesi senza bisogno di stupide metafore, si succedono con grande rapidità, bisogna convenire, a vederli passare con tanta compostezza non si direbbe mai che siano nostri nemici. Vanno adagio, da gran signori. Ma non si fermano mai, i maledetti, non danno un attimo di respiro, abbiamo un bel correre avanti, predisporre, pianificare, calcoli, progetti. Siamo uomini, ahimè, e ogni tanto dobbiamo fermarci. Fermarci, e ci addormentiamo. Ma così, mentre noi stiamo fermi sul bordo della via sognando strane cose, le ore, i giorni, mesi ed anni, ci raggiungono uno per uno, con la loro abominevole lentezza ci sopravanzano, si perdono in fondo alla strada. Poi al mattino ci accorgiamo di essere rimasti indietro, ci mettiamo all'inseguimento.In questo preciso momento, vogliamo dire volgarmente, finisce la giovinezza.
[Tratto da "In quel preciso momento". D. Buzzati.]