Nelson Rolihlahla Mandela
Breve Biografia
Mandela Nelson Rolihlahla, uomo politico sudafricano, nasce a Mvezo il 18 luglio 1918. Visse la sua giovinezza a contatto con l'oppressione esercitata dai bianchi sui neri, L'apartheid. Mandela comincia ad interessarsi di politica militando nel African national congress poi organizzando all'interno di esso una Lega giovanile con la volontà di imprimere maggiore combattività all'interno del partito. Con l'ascesa al potere del National party, che appoggiava la Germania nazista, cominciarono veri e propri massacri contro le dimostrazioni dei neri. A questo punto Mandela da vita ad una organizzazione armata, l'Unkhonto we Sizwe (lancia della nazione) con il compito di organizzare attentati contro il potere economico del paese, dopo due anni di clandestinità viene arrestato e condannato all' ergastolo. Dopo quasi 30 anni l'opinione pubblica internazionale era cambiata, molti governi adottarono sanzioni economiche contro il Sudafrica che spinsero i governi boeri a cercare un compromesso con l'ANC. Nel 1990 vengono liberati i prigionoieri politici e legalizzato l'ANC e tutti i partiti antirazziali. Appena liberato divenne presidente del ANC e continuò la sua lotta contro l'Apartheid, nel 1993 e premio Nobel per la pace, nel 1994 con le prime elezioni a suffragio universale viene eletto presidente della repubblica dimostrando di essere capo di stato saggio, imparziale e competente.
Il suo pensiero
"Gli africani vogliono solo la parte di
tutto ciò che il Sudafrica offre"
"Vogliamo pari diritti politici....i
bianchi hanno paura della democrazia, perche la maggioranza dei votanti sarebbero
africani"
"Queste sono le cose per le quali l'ANC
si batte. La nostra lotta è una lotta autenticamente nazionale. E la lotta del popolo
africano, ispirata dalle sue sofferenze e dalla esperienza quotidiana. E' una lotta per il
diritto alla vita"
" Ho dedicato la vita intera alla lotta del popolo africano. Mi sono battuto contro il predominio dei bianchi, così come mi sono battuto contro il predominio dei neri. Ho perseguito l'ideale di una socetà libera e democratica, in cui tutti vivano insieme in armonia e con pari opportunità. E' un ideale per il quale spero di continuare a vivere, fino a conseguirlo. Ma per il quale, se neccessario, sono disposto a morire."
Intervista
a Nelson Mandela
Di John Carlin
Il sorriso di Nelson Mandela è forse il più famoso del mondo. Da quando è uscito dal carcere, l11 febbraio 1990, un milione di fotografie hanno riportato lespressione franca e allegra di un uomo giusto. Quando però ci si siede dinanzi a lui e gli si pone una domanda, il suo viso si trasforma in una maschera di pietra, gli occhi fissi in un punto lontano, le labbra contratte ostinatamente, la testa immobile come il busto di un imperatore romano. Quello che si prova è un po di soggezione, sorge il dubbio che Lui non stia prestando attenzione alla domanda che gli si pone. Ma cè qualcosa di ancor più disarmante e intimidatorio che nasce dalla sensazione di parlare con una figura eterna... con il colosso morale della nostra epoca, un individuo il cui esempio continuerà ad ispirare lumanità per sempre. Mandela ascolta. Con immenso sollievo, lintervistatore scopre, una volta pronunciata la sua domanda, che colui che sembrava essere una statua assente, è invece un esempio di concentrazione assoluta. Mandela parla animatamente, gesticola, si esprime con forza e straordinaria chiarezza. E, nonostante i suoi 80 anni, dopo una vita terribilmente dura, riesce a citare, con notevole precisione, fatti e date appartenenti tanto alla storia contemporanea quanto a quella antica. A fare da cornice alla nostra conversazione la sua splendida residenza presidenziale, situata su una collina di Pretoria, tempo addietro il baluardo del governo dittatoriale bianco. Nel corso della lunga intervista sorride una volta sola e ride come se stesse raccontando una barzelletta su se stesso quando ricorda il momento nel quale lesse, durante il processo di Rivonia del 1964, le preoccupanti informazioni che avrebbero potuto condannarlo non solo allergastolo, come invece accadde, ma alla forca. Si tratta della Dichiarazione Universale dei diritti umani, un documento il cui spirito si incarna in Mandela più che in nessunaltra persona attualmente in vita. Nel mese di ottobre dello scorso anno, Mandela dimostrò la sua fedeltà a questo spirito, e in particolar modo il suo amore per la giustizia e il dominio della legge, quando affrontò il suo stesso partito, il Congresso Nazionale Africano, ed espresse il suo sostegno al lavoro della rispettabile Commissione della Verità e della Riconciliazione del Sudafrica(CVR). La Commissione dedicò tre anni allinvestigazione di 31.000 casi di violazioni dei diritti umani durante gli anni di apartheid e nel mese di ottobre pubblicò un documento di un milione di parole che passerà alla storia, nellanno del cinquantenario, come uno dei documenti più esemplari di questo secolo. Quando il CNA (Congresso Nazionale Africano), lorganizzazione alla quale Mandela è rimasto fedele nel corso di tutta la sua vita politica, presentò un appello contro il documento, nei tribunali, al fine di impedire che fosse pubblicato, Mandela non mancò di mostrare il suo disaccordo, visto che pensava che questo lavoro fosse un esercizio di catarsi necessario e i cui benefici per la nazione fossero superiori a qualsiasi meschino interesse partitico. Da allora varie voci, allinterno del suo stesso partito, chiesero al governo di ignorare la domanda della commissione la quale chiedeva che venissero presentate le accuse contro coloro che avevano violato i diritti umani, ma che si opponevano ad apparire dinanzi alla commissione stessa per confessare i propri crimini. Le voci esigono che venga concessa unamnistia generale, cosa che Mandela rifiuta completamente, in questa intervista.
D. Le Nazioni Unite proclamarono, dinanzi al mondo, la Dichiarazione Universale
dei Diritti Umani, nel 1948. Unironia storica, visto quello che è successo in
Sudafrica quello stesso anno, nel quale il Partito Nazionale arrivò al potere e sotto
letichetta di apartheid, iniziò a fare del razzismo una Legge. Le fece
male, in qualche modo, il documento delle Nazioni Unite a quellepoca?
R. La Dichiarazione ottenne una enorme pubblicità, soprattutto se si tiene presente la
politica sudafricana, perché il Governo del partito nazionale salì al potere solo tre
anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, una guerra che si sviluppò per
distruggere il fascismo e che accese le speranze del popolo nero - soprattutto in questo
paese - la cui partecipazione nella lotta contro un male che evidenzia la superiorità
razziale, insieme alle atrocità commesse contro gli ebrei, dovevano apportare cambiamenti
nella nostra nazione. Era unepoca di decolonizzazione e perciò le aspettative erano
molto alte. La Dichiarazione ci arrivò con quei precedenti e soprattutto grazie al
contributo dellIndia. Linchiostro con il quale fu scritta la sua nuova
costituzione era ancora fresco quando decise di occuparsi del trattamento che ricevettero
le persone di origine indiana in Sudafrica. Estese poi il suo lavoro a tutti coloro che
soffrivano sotto il regime dellapartheid. Grazie allintervento dellIndia
abbiamo conosciuto la Dichiarazione. Però mentre il mondo avanzava verso una nuova
organizzazione nella quale i fattori etnici avrebbero avuto meno importanza e le persone
sarebbero state trattate tutte allo stesso modo, il Sudafrica retrocedeva e la
Dichiarazione Universale dei Diritti Umani si tramutò in una sorta di Bibbia che citavamo
per condannare la politica dellapartheid.
D. Le vorrei porre una domanda leggermente provocatoria. Lei ha appena terminato di
parlare dellIndia, ma allinizio del suo cammino politico, quindi
verso la fine degli anni quaranta, quando apparteneva al movimento giovanile, era
conosciuto per avere una posizione molto africanista. Si dimostrò
assolutamente contrario allidea che chi non fosse africano potesse partecipare alla
lotta di liberazione. Non crede che forse Lei fosse un po in contraddizione con i
principi della Dichiarazione stessa?
R. In parte era mancanza di maturità politica, soprattutto perché la comunità indiana
era formata da persone con capacità assolutamente incredibili e aveva molte più risorse
di noi. Credetti che per noi sarebbe stato un errore unire le nostre forze con le loro,
perché immediatamente avrebbero preso il comando e il nostro contributo sarebbe passato
inosservato. Contemporaneamente, però, avevo contatti con illustri intellettuali indiani,
con i quali sostenni numerose conversazioni. Ben presto mi resi conto che mi stavo
sbagliando, perché limportante non era il colore di un uomo, bensì gli ideali che
questo difendeva. Costoro si rivolgevano ad ogni persona come individuo, e gli dicevano:
... Lottiamo contro loppressione razziale. Perché dobbiamo lottare fra di
noi? Coshai contro di noi?. Erano molto astuti, perché allora io non avevo
una bandiera chiara e quando si viene attaccati e si è circondati da altre
persone si cerca di difendersi, ma quando si è soli e qualcuno ti dice : Lottiamo
contro lo stesso male contro il quale lotti tu, coshai contro di noi ? ti
trovi disarmato. Così finirono per convincermi che la mia opinione era sbagliata e fui
costretto a parlare con i membri della mia organizzazione per dire loro che cera da
rivedere la nostra posizione.
D. Lei è uno studioso di storia. In un periodo della sua vita ha avuto molto tempo per
leggere, mi riferisco ai 27 anni che ha passato in carcere. Forse è una domanda difficile
da rispondere, ma dove collocherebbe lapartheid nella scala delle atrocità del XX°
Secolo?
R. Ad eccezione delle atrocità commesse contro gli ebrei durante la seconda guerra
mondiale, non cè nessun altro crimine, in tutto il mondo, che sia stato condannato
allunanimità come lapartheid. La cosa peggiore è che una minoranza che
decise di sopprimere la stragrande maggioranza del paese, utilizzò il nome di Dio per
giustificare le barbarità commesse... Non credo che ci sia, nellepoca moderna,
niente che abbia suscitato così tanta ripugnanza, ad eccezione delle atrocità contro gli
ebrei, come già ho detto.
D. Ciononostante esiste un particolare importante, nel senso che se si tengono in
considerazione le violazioni dei diritti umani, su scala fisica, tangibile, non solo sotto
il profilo istituzionale, come nel caso dellapartheid, lesperienza sudafricana
non fu così terribile come ad esempio quella vissuta nei paesi latinoamericani, come il
Cile, il Salvador e lArgentina.
R. Non si può dire che sia così, alla luce delle rivelazioni fatte di fronte alla
Commissione della Verità e Riconciliazione. Abbiamo riesumato tombe nelle quali
cerano i cadaveri di persone assassinate solo perché avevano osato affrontare la
superiorità dei bianchi ; uomini, donne, bambini, anziani. Anche solo un morto, è già
troppo! Se si ascoltano le atrocità che vennero commesse qui contro le persone innocenti,
non si farà questa distinzione. E stato qualcosa di terribile, e non è altro che
una parte di storia. Troppa gente ha sofferto e ci sono state occasioni nelle quali
laggressione fisica non è stata così grave quanto loppressione psicologica
sofferta dalla popolazione nera durante lapartheid. E una tortura psicologica
impossibile da descrivere a parole. E indescrivibile.
D. Larcivescovo Desmond Tutu, ha posto in risalto i valori della chiarezza e della
purezza che contraddistinguono la Commissione della Verità e della Riconciliazione. Come
interpreta Lei questo? Si tratta di un fenomeno complesso, psicologico e collettivo. Come
vede il processo di pulizia che è riuscita a portare a termine, speriamo, la
CVR?
R. Secondo la mia opinione non dobbiamo vedere la guarigione del Sudafrica come un fatto,
ma come un processo, e la commissione ha contribuito magnificamente a detto processo,
perché adesso le famiglie delle vittime delle atrocità conoscono quello che è realmente
accaduto ai propri cari. Alcuni di loro sono stati capaci di ascoltare le confessioni
degli agenti dellapartheid e hanno risposto che li perdonano. Naturalmente ci sono
altri che hanno così tanta amarezza, che impedisce loro di dimenticare il dolore per aver
perso coloro che amavano. Credo che in generale la Commissione abbia svolto un lavoro
meraviglioso, aiutandoci ad allontanarci dal passato, per concentrarci sul presente e sul
futuro e lo stesso Tutu ha realizzato un lavoro incredibile, nonostante tutte le
imperfezioni della CVR.
D. Molte persone di tutto il mondo, credono che come ha detto Lei, il documento della
Commissione sia splendido. Ciononostante in Sudafrica corrono voci sulla possibilità che
ci sia unamnistia generale. Ci sono stati dibattiti su questo tema e si potrebbe
dire che largomento ha una certa logica politica. Coloro che sono contro tale
possibilità, assicurano che si tratterebbe di una farsa del lavoro della Commissione. I
termini della Legge parlamentare, in virtù della quale si creò la CVR, disponevano che i
criminali che non confessavano i propri crimini e sollecitavano il perdono, fossero
processati. Ha qualcosa da dire al riguardo?
R. No. E un dibattito totalmente futile. Già abbiamo analizzato la questione e
labbiamo esclusa. Durante una delle prime riunioni del nostro governo abbiamo
scoperto che De Klerk aveva concesso a 3000 membri della polizia di sicurezza
unamnistia generale per i loro atti. Decidemmo di annullare quellamnistia.
Tutti quelli che desiderano il perdono, devono sollecitarlo individualmente. In accordo
con le istruzioni della Commissione, stabilimmo che tutti avrebbero dovuto dichiarare
quali crimini avevano commesso e solo allora si sarebbe deciso se concedere
lAmnistia. Non possiamo adesso cambiare questa forma di attuazione. Tutti devono
sollecitarla personalmente ; per quello che mi riguarda, non esiste parlare di amnistia
generale. Allepoca mi opposi con tutte le mie forze. Non possiamo farlo, tutti
devono chiederla.
D. La Commissione della Verità e della Riconciliazione ha proposto di citare a giudizio
coloro che non si sono presentati a dichiarare. Ma le realtà politiche non rendono più
complicato il lavoro della Giustizia?
R. Quando eravamo un movimento che lottava per la liberazione, tutto quello che avevamo da
fare era riuscire a mobilitare le masse del nostro paese e concentrare le nostre forze
contro la supremazia bianca. Invece da quando siamo governo abbiamo una costituzione che
sancisce il dominio della legge e tutti quanti sono soggetti ad essa.
Non solo questo: abbiamo adottato misure atte a garantire che questa costituzione non
rimanga un semplice foglio scritto capace di rompersi in qualsiasi momento. La abbiamo
trasformata in un documento vivo.
Abbiamo creato strutture che fanno sì che anche il governo sia legato alla costituzione e
non possa fare ciò che vuole. Disponiamo di un difensore pubblico, difensore del popolo,
al quale può accedere qualsiasi cittadino offeso, per lamentarsi e cercare giustizia.
Abbiamo una Commissione per i Diritti Umani, formata dai sudafricani più noti e
soprattutto abbiamo il Tribunale Costituzionale, che ha annullato, per esempio, azioni del
governo. Il Parlamento mi ha dato i poteri di emettere una proclama a proposito delle
elezioni nel Cabo Occidentale, che è una provincia governata dal Partito Nazionale.
Helmus Kriel, il suo primo ministro, mi ha portato davanti al Tribunale Costituzionale che
ha annullato la mia azione. Meno di unora dopo feci una dichiarazione pubblica nella
quale affermavo che il tribunale costituzionale è larbitro definitivo in materia
costituzionale. Avevano davanti a loro una questione delicata, presero una decisione
allunanimità. Il nostro dovere è rispettare quella decisione. E così chiesi al
paese e soprattutto ai miei compagni di partito di dare lesempio di obbedienza alle
istituzioni che abbiamo creato in virtù della Costituzione. In unaltra occasione un
giudice mi citò affinché mi presentassi davanti a un tribunale. La nostra gente, membri
del Gabinetto, miei assessori, legali, si opposero e dissero che legalmente io potevo
oppormi, ma io risposi: no! Facciamolo! Facciamolo in un altro modo! Andiamo ad
obbedire alle istituzioni che abbiamo creato, posso occuparmi di me stesso fuori e dentro
un tribunale. Feci quello che dovevo fare, accettai la decisione del giudice,
nonostante avessimo serie riserve. Obbedimmo perché volevamo istituire il dominio della
legge. E lo abbiamo fatto. Per questo non ci risulta difficile rispettare le decisioni
della Commissione della Verità e della Riconciliazione, perché si tratta di
unistituzione che abbiamo creato sempre noi. Non possiamo crearle per continuare a
sfidarle e certamente lazione del CNA non fu una sfida; chiunque senta di essere
stato violato nei suoi diritti ha la possibilità di appellarsi al tribunale.
Lopposizione ha fatto appello al tribunale costituzionale per bloccare varie leggi
approvate al parlamento. A volte ha perso e altre volte ha vinto. Nessuno viene criticato
per aver cercato asilo nei tribunali e questo è quello che ha fatto il CNA.
Questazione dimostra che il CNA si considera indipendente dal governo. Fecero una
dichiarazione ed io feci una contro-dichiarazione, in qualità di Presidente della
nazione. Il CNA non cercò di bruciare questo documento e questo è ciò che dimostra la
sua giustizia e la sua imparzialità, nonostante venga criticato perché si avvale dei
tribunali. La Commissione della Verità e della Riconciliazione è unistituzione
molto rispettata, gli uomini e le donne dai quali è composta hanno svolto un lavoro
meraviglioso, in circostanze difficili e per questo, secondo me, dobbiamo rispettare
tutti, senza eccezioni, per quello che ha fatto per il paese.
D. Nel Regno Unito, Tony Blair, quando salì al potere, disse che avrebbe intrapreso
quella che chiamò una politica estera con criteri etici. Non intendo fare alcun commento
sul Regno Unito, ma sono sicuro che gli piacerebbe pensare che anche il Sudafrica ha una
politica estera guidata dalletica e vincolata alla Dichiarazione Universale.
Ciononostante, in particolari occasioni, certi interessi nazionali quali la necessità di
commercio e gli scambi esteri intorbidiscono le acque e rendono più difficile, per chi
sta al governo, mantenersi puro in materia di diritti umani, come per coloro che stanno
allopposizione. Cosa pensa di questo dilemma? Pensa che sia un dilemma o no?
R. Non credo che sia un dilemma. Quando mi recai negli Stati Uniti per la prima volta, al
termine di una conferenza stampa alla quale partecipammo George Bush ed io, Bush mi disse:
Non so perché voi collaboriate con Cuba e la Libia. E non so perché si
debba impiegare la violenza. Alla domanda della violenza risposi: La storia
del mondo, mostra che sono gli oppressori coloro che determinano i metodi di azione
politica utilizzati dagli oppressi. Se loppressore per esempio, il regime
dellapartheid nel nostro caso, utilizza il dialogo, la persuasione e la critica, il
popolo oppresso non penserà mai a ricorrere alla violenza. Ma quando loppressore
chiude tutti i canali di comunicazione, di espressione, indurisce loppressione e
utilizza la violenza, è come se dicesse alloppresso < se desideri cambiare di
posizione, se desideri finire con legemonia bianca, impiega gli stessi nostri metodi
>. Questo è quanto insegna la storia. E anche la storia degli Stati Uniti
dAmerica. E per quanto riguarda Cuba e la Libia, nessun guerriero per la
libertà (che dice di avere principi morali) che abbia ottenuto, in momenti di
difficoltà, laiuto di certi paesi, sarebbe capace, alla vigilia della vittoria di
dimenticarsi di quegli alleati, seguendo il consiglio di coloro che aiutarono il nemico.
Lei non potrebbe fidarsi di me se lo facesse, perché potrebbe farlo a se stesso. Mi
rifiuto. I miei amici sono miei amici, sia quando sono impegnato nella lotta per la
libertà che quando mi trovo al governo. Ho dei principi e non abbandono i miei amici,
solo perché grazie al loro aiuto ho vinto la battaglia e adesso mi trovo al governo. Non
lo farò e quando gli Stati Uniti protestarono perché io appoggiavo la Libia, risposi che
potevano ritirare il loro aiuto. Nessun paese, per quanto potente sia, può
dettare legge sulla mia politica estera. Ciò che la determina è il passato.
Le relazioni che ho avuto con quel paese, il contributo che ha dato alla nostra lotta. Non
li abbandono, solo perché alcuni sudafricani di unaltra schiera
considerano che adesso non dovrei più mantenere relazioni con paesi come la Libia. Non
presto loro attenzione, le relazioni estere si reggono per la storia comune con ogni
paese, nel passato e nel presente. Se prendiamo in considerazione gli interessi,
linteresse del proprio paese, Cuba ci ha aiutato enormemente nella lotta e ancora
oggi ci aiuta... ci inviano medici... allora perché dovrei tagliare le relazioni con
loro?! Non ci penso nemmeno.
D. Le Nazioni Unite approvarono recentemente, con ampia maggioranza, la creazione di un
nuovo organismo, il Tribunale Penale Internazionale, con il fine di perseguire coloro che
violano i diritti umani in tutto il mondo. E abbastanza curioso il fatto che gli
Stati Uniti fossero uno di quei Paesi che votarono contro.
R. Si, è molto curioso.
D. Ha qualcosa da dire su questa apparente contraddizione, visto quanto gli Stati Uniti
dicono di rappresentare?
R. Ci sono paesi che, a ragione o a torto, pretendono di controllare gli organismi
internazionali e per un tribunale penale, un tribunale penale internazionale, se vogliamo
che ottenga lapprovazione di vari stati, prima di metterlo in marcia, questa pretesa
sarebbe la morte. Per questo si rifiutò laiuto degli Stati Uniti e noi fummo in
prima linea a rifiutare, ad affermare che il tribunale deve essere totalmente indipendente
da qualsiasi paese per poter svolgere i propri obblighi. Ci riuscimmo. Adesso io voglio
mantenere relazioni pacifiche con tutte le nazioni, inclusi gli Stati Uniti, soprattutto
in ringraziamento al contributo personale del presidente Clinton. Prima che Clinton
arrivasse alla presidenza, ci incontrammo in varie occasioni e mi aiutò molto. E questo
ancora di più da quando è presidente. Ho un grande rispetto per lui, ha trasformato il
volto della politica nordamericana. Può contare sul sostegno dei neri, delle
minoranze, delle donne e dei più deboli; è una novità nella storia degli Stati Uniti e
questo mi gratifica. Quando Clinton venne qui... disse : Noi nordamericani, nella
nostra politica estera, poniamo domande sbagliate, che possiamo fare per lAfrica?
E una domanda sbagliata, la domanda da fare è: che dobbiamo fare con lAfrica?
. Si guadagnò lapprovazione di molta gente con queste manifestazioni, ecco
perché ho un gran rispetto per lui. Ciò non toglie che non permetterò che gli Stati
Uniti dettino legge nella nostra politica estera.
D. Quando Lei uscì dal carcere, la Repubblica Sudafricana come gli Stati Uniti erano fra
i paesi con un il maggior numero di esecuzioni legali... Quando Lei salì al potere, una
delle prime cose che fece fu abolire la pena di morte. Si sa che di quando in quando, con
lelevato indice di criminalità che esiste in Sudafrica, ci sono persone, incluso
nel suo proprio partito, che asseriscono, fra le proteste, che bisognerebbe ripristinarla
per combattere il crimine con più efficacia. Potrebbe dirci qualè la sua
posizione?
R. Sono contrario alla pena di morte, perché è un riflesso dellistinto animale che
continua ad essere presente negli esseri umani. Non ci sono prove che la pena capitale
abbia fatto diminuire lindice di delinquenza in nessun posto. Quello che lo fa
diminuire è che i criminali sappiano che se commettono un delitto, finiranno in carcere.
In altre parole, quello che serve è un sistema politico efficace, capace di scoprire il
crimine. Per questo abbiamo preso precauzioni, per migliorare la capacità della nostra
polizia. Abbiamo chiesto aiuto allFBI, al servizio estero britannico, abbiamo creato
unaccademia di detective, qualcosa che fino ad ora non esisteva in questo paese, con
il fine di migliorare la capacità di investigazione delle nostre distinte polizie. La
nostra polizia migliora di giorno in giorno, di modo che la pena di morte non sia la
risposta, la risposta è migliorare la capacità della polizia.
D. Vorrei insistere ancora sul tema della pena di morte. Ho limpressione che Lei
abbia una specie di obiezione filosofica. Può spiegare un po meglio questo rifiuto?
R. Si tratta di una questione vincolata alla storia del nostro paese. In questa nazione la
pena di morte si è utilizzata come scusa per assassinare e si è applicata soprattutto
nei confronti dei neri. I bianchi non la subivano quasi mai.
D. E quasi quasi lapplicarono a Lei...
R. Si. Non cè stato niente di così brutto per me, come leggere leditoriale
pubblicato nel giornale Rand Daily Mail durante il processo di Rivonia che affermava che
Gli africani non hanno nessuno che possa rappresentarli : il capo Lithuli è
esiliato nella sua zona, il leader del PAC, Robert Sobukwe, è in prigione. Sisulu e
Mandela rischiano la pena capitale e possono finire impiccati(a questo punto
dellintervista Mandela ride). E un aspetto che conta nel mio rifiuto, inoltre
non credo che guadagneremmo niente tornando a stabilire la pena di morte. La minoranza
bianca, nonostante ci siano anche alcuni neri che fanno parte di essa, pensa che in fondo
verrebbe utilizzata contro i neri e non contro i bianchi. Questa è la tradizione del
paese, ma è una tradizione che abbiamo già lasciato dietro di noi.
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